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Lettera aperta ai vertici di Azione

Da azionista della primissima ora, da attivista di base e, attualmente, da membro dell’Assemblea nazionale di Azione, affido le riflessioni che seguono ai vertici politici del mio Partito. Con la speranza che possano costituire anche per loro uno spunto di meditazione e di orientamento in un momento delicatissimo per Azione e, ancor di più, per la società e la politica italiana.

Azione nasce con la grande ambizione di recuperare la cultura politica dell’azionismo e di gettare le fondamenta di una forza liberalprogressista, capace di dare un tetto comune ai riformisti provenienti dalle tradizioni socialista, liberale e popolare. Un Partito con un orizzonte ideale ben preciso e con una cifra metodologica molto marcata: il pragmatismo, la valorizzazione delle competenze e, nel contempo, il rifiuto di dogmatismi e settarismi corrivi e decettivi.

Un Partito con tali intendimenti – erede di una tradizione politica che affonda le proprie radici nel pensiero e nell’azione di Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Luigi Sturzo, Guido Calogero, Piero Calamandrei, Norberto Bobbio, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, Arturo Carlo Jemolo e Ugo La Malfa, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente – credo abbia il dovere morale di essere cauto nell’ospitare e soprattutto nell’elevare al rango di dirigenti di primario rilievo figure controverse, opache, logore. Figure che hanno mostrato scarse virtù repubblicane, carenza di senso critico e, talvolta, ripudio dell’amor proprio; figure che hanno sfidato temerariamente il senso del ridicolo, pur di fiancheggiare fedelmente il più fasullo e screditato dei sedicenti liberali italiani: Silvio Berlusconi.

L’Unto del Signore – come ebbe modo di autodefinirsi, con la consueta modestia che tutti gli riconoscono – ha avuto il grande demerito di usurpare il binomio gobettiano della “rivoluzione liberale” per declinarlo, sfigurandone i tratti, in una forma familistica e semifeudale di “rivoluzione conservatrice”. E chi ha sostenuto per quasi trent’anni questa amorale satrapia, giungendo a ricoprirvi posizioni apicali, a me pare debba esserne considerato pienamente corresponsabile.

Non escludo, chiaramente, che tutti costoro possano aver rivisto criticamente le loro posizioni. Ma quando le folgorazioni sulla via per Damasco si fanno d’improvviso numerose e concomitanti, precedendo di poco l’evaporazione della satrapia di cui essi stessi erano i gran visir, questa miracolosa resipiscenza di massa è da osservare con estrema cautela. E l’esercizio dello scetticismo e del dubbio deve prevalere su ogni altra considerazione. E tanto maggiore dovrà essere la cautela, quanto più rilevante era la posizione occupata dai penitenti in fuga dalla satrapia in putrefazione.

L’esperienza insegna che nessun dirigente apicale di partito si muove da solo: i galoppini, i collaboratori, le schiere di clientes – tutti legati al dirigente da rapporti di reciproca fedeltà e protezione – lo seguono ovunque come un caravanserraglio di predoni. E portano con sé, per un banale principio di conservazione delle abitudini, le affinità e la solidarietà di gruppo e il loro modo di intendere la politica e l’etica pubblica. E dopo quasi un trentennio di vita in un partito che, senza mai celebrare un vero congresso, è stato governato da manovre e congiure di palazzo, ordite anche con il beneplacito dell’incontrastato monarca, è illusorio pensare che chi si è formato e ha percorso tutta la sua carriera politica in quelle condizioni possa convertirsi rapidamente a forme più democratiche, partecipate ed etiche di vita partitica.

Se dunque vogliamo evitare di fare franare il nostro Partito sotto il peso di una migrazione biblica, abbiamo il dovere di essere estremamente accorti nel dare ospitalità a chi bussa alla nostra porta portando con sé una forma mentis e un nutrito corredo di fedelissimi, tutti in cerca di riposizionamento con finalità tutt’altro che ideali.

Occorre, dunque, avere il coraggio di dialogare pragmaticamente con tutti, ricercando e perseguendo i punti di contatto e le sinergie programmatiche. Si può anche pensare, vista la legge elettorale vigente, ad accordi di desistenza o ad una piccola quota di “candidature di cortesia” per gli ospiti di maggior riguardo, onde consentir loro di trovare il tempo di riorganizzarsi in autonomo partito. Ma occorre avere anche la fermezza di opporsi alle “scalate” di Azione da parte di un ceto che, per manifesta estraneità alla cultura politica e ai metodi operativi dell’azionismo, finirebbe per spartirsi le spoglie del Partito dopo averne trafitto e annichilito lo spirito.

Per quel che mi è dato percepire, la mia preoccupazione non è isolata: presiedo una associazione di cultura azionista e sento che siamo molti, in questo momento, a condividere lo stesso timore. Il timore che Azione – prima ancora di aver ricevuto il battesimo della responsabilità di governo – cessi prematuramente di essere “partito del mutamento” e si trasformi surrettiziamente in “partito della conservazione”.

Per evitare di scivolare su questo piano inclinato, vi chiedo di essere estremamente cauti nel governare i processi in atto e quelli che si metteranno in movimento nei prossimi giorni, in vista della presentazione delle liste elettorali. Insomma, a me pare occorra – come dico da tempo – fare uso di moderazione (cioè di prudenza e senso della misura) e non di moderatismo.

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