Dopo quasi cinquanta anni di tentativi di revisione costituzionale, molti dei quali – i più ambiziosi – falliti, anche Giorgia Meloni vuole apporre sulla Costituzione il proprio sigillo. La bozza della sua riforma, licenziata un paio di giorni fa, si presenta molto snella: un breve articolato con cui vengono cancellati i senatori a vita e si introduce l’elezione del Presidente del Consiglio a suffragio universale.
Chi vincerà le elezioni – qualunque sia il numero di voti raccolto – avrà diritto al 55% dei seggi che compongono le Camere. E qualora, malgrado questo premio di governabilità, il Governo appena formato non ottenga la fiducia delle Camere per due volte consecutive, il Presidente della Repubblica dovrà sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Inoltre, se nel corso della legislatura il Presidente del Consiglio dovesse cessare dall’incarico, il Presidente della Repubblica dovrebbe – come unica alternativa allo scioglimento delle Camere – affidare un nuovo incarico solo ad un altro parlamentare della maggioranza uscita dalle urne e solo per proseguire nel programma di governo enunciato dal suo predecessore.
Si tratta di regole con conseguenze potenzialmente dannose. La prima è che il cambio in corso di legislatura del Presidente del Consiglio non provocherà alcun mutamento di linea politica (benché non si capisca quali conseguenze possa avere un’eventuale trasformazione non dichiarata del programma di governo: a mio avviso nessuna). La seconda conseguenza sarà registrata all’interno della maggioranza, dove è facile prevedere che l’apparente solidità garantita dal premio di governabilità (di assai dubbia legittimità costituzionale) sarà controbilanciata da una maggior propensione al carrierismo: tutti avranno in animo di poter succedere al Presidente eletto sulla poltrona di Palazzo Chigi e, a tal fine, si assisterà alla moltiplicazione degli adulatori e dei cortigiani. I partiti – già oggi poco rispettosi delle minoranze e del dissenso interni – accentueranno la loro natura di fan club del leader.
La riforma sembra, dunque, rafforzare i poteri del solo Presidente del Consiglio. Non verso i suoi ministri, ma verso il proprio partito, verso il Parlamento e verso il Presidente della Repubblica. Si tratta, dunque, di una revisione costituzionale che altera l’equilibrio tra poteri senza fornire alcun beneficio all’efficienza e all’unità dell’esecutivo.
Il Presidente del Consiglio continuerà a non nominare e a non poter revocare i ministri, né avrà alcun potere di avocazione dei poteri di alcun dicastero. In compenso, il Presidente della Repubblica perderà ogni potere discrezionale sia nella scelta del Presidente del Consiglio (ma credo potrebbe ancora tentare di opporre il proprio veto alla nomina di ministri da lui ritenuti inopportuni), sia nella decisione di sciogliere le Camere. Non potrà più nominare cinque senatori a vita, mantenendo solo il potere di scegliere cinque giudici costituzionali.
L’eventuale approvazione di questa riforma, inoltre, trasformerebbe sensibilmente l’attuale assetto istituzionale: la “diarchia equilibrata” dei presidenti (della Repubblica e del Consiglio) – che oggi sono entrambi espressione del Parlamento e, quindi, rappresentanti indiretti del popolo – diverrà squilibrata: il Presidente del Consiglio, eletto direttamente dal voto popolare, potrà vantare un peso politico e una rappresentatività maggiori del Presidente della Repubblica. E alla lunga ciò rappresenterà un fattore di logoramento istituzionale proprio per la presidenza della Repubblica.
Anche le Camere – ancor oggi centrali, malgrado le prassi che di fatto le pongono legislativamente a servizio del Governo – saranno marginalizzate e rese, anche di diritto, subalterne al Presidente del Consiglio. Il quale, seppure formalmente privo del potere di scioglierle, può esercitare un penetrante potere di ricatto nei confronti dei parlamentari e, in particolare, di quelli della sua maggioranza: la mancata fiducia o la cessazione del Governo per altre ragioni sarà, praticamente, sempre motivo di scioglimento delle Camere. Così, nelle intenzioni dei novellatori, si potranno scongiurare i ribaltoni. Così, però, sarà anche costituzionalmente impossibile dar vita a governi tecnici, dimenticando che negli ultimi trenta anni i governi tecnici (o meglio: i “governi del Presidente della Repubblica”) hanno, in tre distinte occasioni, contribuito a risollevare il Paese da condizioni critiche, supplendo alla latitanza della politica.
Personalmente non ho alcuna contrarietà preconcetta per riforme che possano dare maggior slancio e stabilità ai governi. Ma credo che questa riforma non stabilizzi affatto l’attività dei governi, aspirando soltanto a consacrare la posizione di privilegio istituzionale di un capo carismatico ai danni del Consiglio dei Ministri, del Parlamento e del Presidente della Repubblica. Ritengo, pertanto, che il testo elaborato dagli odierni ricostituenti (affetto anche da qualche sgradevole sgrammaticatura) non sia neppure un accettabile punto di partenza per poter discutere seriamente di riforma costituzionale.
