Il 21 aprile 1942 – esattamente ottanta anni fa – entrava in vigore il codice di procedura civile. Un codice che – malgrado sia stato ispirato e redatto da giuristi illustri, tra cui Piero Calamandrei – non ha mai garantito la buona qualità e la solerzia della giustizia civile italiana.
La giustizia civile non fa notizia e la politica ne parla poco e male. Ma riguarda la nostra vita quotidiana – liti coniugali, ereditarie, condominiali, vertenze di lavoro, sfratti e così via – e finisce per essere un tritacarne che manda in fumo ogni anno circa due punti di PIL senza tutelare dignitosamente i diritti dei cittadini. Perciò, dal 1950 ad oggi, il legislatore è affannosamente intervenuto decine di volte sul codice, sfigurandone i tratti originari, con un continuo riformare che non ha nulla a che fare con il riformismo, ma somiglia molto al gattopardismo: il processo civile deve trasformarsi continuamente, senza funzionare mai.
Una delle ultime riforme è stata quella dei giudici di pace. Ma a causa dell’esiguità del numero dei magistrati onorari in servizio e del mostruoso ritardo con cui i loro uffici si stanno adeguando al processo telematico, l’entrata in vigore della riforma, approvata nel 2017, è stata differita al 2025. E non è difficile prevedere che anche la legge 206/2021 – con la quale si è da ultimo delegato il Governo a redigere una nuova riforma del processo civile – non risolverà i veri problemi.
Dopo quasi trent’anni di esperienza professionale diretta, mi è oramai chiarissimo che questo cantiere di permanenti e tumultuose riforme non serve. Perché il processo civile agonizza per le carenze organiche di personale ausiliario, di uffici e di dotazioni tecnologiche. E soprattutto per l’insufficienza del numero dei giudici. E per comprenderlo basta fare una comparazione tra l’Italia del 1861 e quella attuale.
All’indomani dell’unità, l’Italia era un Paese arretrato, dove abitavano 22 milioni di persone, una buona metà delle quali in condizioni di miseria e analfabetismo. All’epoca l’Italia aveva circa 4.000 magistrati togati in ruolo. Oggi la Repubblica italiana ha circa 60 milioni di abitanti, mediamente in condizioni di benessere e consapevoli dei propri diritti, e un’economia tra le più floride del Pianeta. E i magistrati togati in ruolo sono circa 9.000. Ripeto: 4.000 nel 1861 e 9.000 nel 2022. Non credo ci sia altro da aggiungere. Anzi, c’è da aggiungere un altro dato. Ci si lamenta sempre dei troppi giudizi dovuti alla particolare litigiosità degli italiani. Ma nessuno rileva che negli ultimi 12 anni si è assistito al dimezzamento della cause civili (da poco più di 5 milioni a poco più di 2.5 milioni). Il risultato lo si è ottenuto (anche) con un aumento delle spese di giustizia, che ha di fatto privato i non abbienti del diritto di tutelare i propri diritti.
Siamo tenuti in ostaggio da una distorta rappresentazione della realtà e da una concezione astratta e autoritaria della giustizia civile: si legifera come se protagonista del processo sia il giudice e non la sete di giustizia dei cittadini. E la giurisdizione è intesa solo come una prerogativa monopolistica dello Stato.
In questo scenario penso che debba maturare una nuova concezione della giustizia civile; anzi: una nuova concezione della sovranità. Perché la vera forza di uno Stato liberaldemocratico – la sua vera sovranità – non sta nell’esercizio della sua supremazia verso i sudditi, ma, al contrario, proprio nella capacità di offrire buoni servizi – tra cui quello della giustizia – ai cittadini. Perché, se è vero che tutti i cittadini hanno diritto ad avere diritti, tra questi diritti vi è quello, inviolabile, ad ottenere giustizia.
