Carlo Cipolla avrebbe collocato il leader di Azione nel quadrante in basso a sinistra del suo sistema cartesiano per la misurazione della stupidità umana. Tutte le scelte fatte da Calenda negli ultimi due anni si sono rivelate immancabilmente sbagliate e dannose, sia per sé, sia per tutti i liberali italiani.
Il segretario di Azione si atteggia a grand’uomo della politica senza, in verità, capirne molto e vaga tra le macerie delle sue pregresse alleanze con equilibrio precario, come affetto da una forma di labirintite. Il suo contegno sussiegoso e arrogante gli ha fatto guadagnare il soprannome di Marchese del Grillo, benché il suo vero problema sia quello di fare sempre la figura del gendarme papalino che arresta il Marchese senza riconoscerlo.
È infatti innegabile che a Calenda era stato più volte segnalato che spaccare il fronte di Renew Europe in Italia avrebbe danneggiato l’intero fronte liberale europeo in un momento estremamente delicato per le sorti future dell’Europa unita. Ma lui ha preferito fare finta di non riconoscere che isolare Azione dagli altri liberali italiani avrebbe fatto fallire sia Azione, sia Stati Uniti d’Europa.
Oramai la totale inettitudine politica di Calenda è sotto gli occhi di tutti. Si tratta di uno che pensa di conquistare il consenso occupando gli studi televisivi, strologando (spesso contraddittoriamente, come si dirà) su tutto lo scibile umano, vantandosi di competenze e serietà che evidentemente lui non ha ed ergendosi a censore degli altri politici. Evidentemente non ha capito che il suo ruolo televisivo è simile a quello di Vittorio Sgarbi: serve uno che faccia alzare gli ascolti grazie alla sua urticante e spocchiosa presenza. La sua antipatia lo rende celebre, ma politicamente non rende nulla. Anche perché Calenda tratta tutti – ripeto: tutti, a partire dagli elettori – da idioti, apostrofando i suoi interlocutori con disprezzo e mostrando quasi disgusto (e comunque nessun interesse) per ciò che sono o che hanno da dire: lui è l’unico, vero, autentico depositario della verità. Indossando questa veste oracolare e sfoggiando le sue virtù divinatorie, Calenda – reputando tutti gli altri imbecilli, incapaci di cogliere le continue contraddizioni dei suoi sproloqui pseudo-moralistici – ha raggiunto il culmine del suo virtuosismo retorico e della sua coerenza proprio in occasione di queste elezioni: dopo aver ripetuto fino allo sfinimento che i leader candidati solo per raccogliere voti, ma senza l’intenzione di accettare l’elezione al Parlamento europeo, non sono né seri né onesti, si è candidato. Un genio!
Malgrado tutto questo, io non posso dire di avercela con Calenda. Lui ha avuto la capacità di costruire un partito plasmato come una satrapia personale, una micronazione di cui è dispoticamente il sovrano assoluto. Azione è stato un bel sogno, finito, purtroppo, con le elezioni regionali di Lazio e Lombardia nel marzo 2023 e definitivamente sepolto, dallo stesso Calenda, il 15 aprile dello stesso anno.
Invece io me la prendo con gli ascari e le amazzoni che lo attorniano e con i pretoriani che lo difendono a spada tratta senza defenestrarlo, benché la sua guida di nocchiero impazzito abbia portato il vascello a sfracellarsi sugli scogli. I veri inetti – pavidi e adulatori – sembrano essere proprio loro. Ma non dubito che, definitivamente tramontato l’inaffidabile Calenda, la corte dei miracoli che oggi lo circonda si metta in salvo sull’inaffondabile zattera dei leccapiedi e approdi presso qualche altro protettore da adulare e assecondare fino al prossimo trasloco.
