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Corsi… ma non vinsi

Uno che inizia una canzone accompagnandosi al pianoforte, la prosegue con una Les Paul a tracolla e che la chiude con una breve frase di chitarra elettrica, dopo essersi messo il microfono sotto l’ascella sinistra, meritava di più di un consolatorio secondo posto. Soprattutto se la canzone è accattivante, con un bel testo ironico che non parla zuccherosamente d’amore, ma dipinge la nessunaggine di ciascuno di noi (anche e soprattutto di quelli che credono di essere davvero qualcuno o, peggio, che si illudono di essere dei duri).

Il resto – l’abito, il trucco, il fisico efebico e i capelli lunghi e sottili – fa tanto anni Settanta e un po’ di provinciale “balorda nostalgia” per il glam-rock. Ma Lucio Corsi, malgrado il suo volto scavato, la dentatura un po’ approssimativa e l’abito fai-da-te, mi è sembrato il migliore di tutti: più vero, più fragile e più bello di tutti i duri e le dure che si sono avvicendati e avvicendate sul palco dell’Ariston.

Poco importa che non abbia vinto il Festival. La sua è una vittoria artistica ben più rilevante.

Bravo!

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