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Semi-presidenzialismo pretercostituzionale

Molti parlano, in questi giorni, di una possibile elezione di Draghi al Quirinale. E ipotizzano un Presidente della Repubblica con poteri di direzione, indirizzo e coordinamento dell’attività di governo. Si è, per questo, parlato di un semi-presidenzialismo di fatto. Io direi che si tratta di un semi-presidenzialismo pretercostituzionale, cioè oltre – molto oltre – ogni previsione costituzionale.

La nostra Carta affida al Presidente della Repubblica un quarto potere – distinto dal legislativo, dall’esecutivo e dal giudiziario – per garantire la necessaria continuità istituzionale e il raccordo tra i distinti poteri e le articolazioni della Repubblica. Anche per questo il Presidente dura in carica sette anni ed è irresponsabile per gli atti compiuti (fatto salvo il caso – assai sfuggente, in verità – di alto tradimento e attentato alla costituzione). All’irresponsabilità presidenziale corrisponde la controfirma ministeriale: tutti gli atti adottati dal Presidente della Repubblica, per essere validi, necessitano della controfirma di un ministro o del Presidente del Consiglio, che ne assumono – essi sì! – la responsabilità.

Immaginare, perciò, un Presidente della Repubblica con penetranti poteri di indirizzo politico e di governo significherebbe creare una serie di cortocircuiti istituzionali che finirebbero per scardinare la nostra già stressata architettura costituzionale. La separazione dei poteri verrebbe messa in discussione, ad esempio, da un capo (di fatto) dell’esecutivo posto al vertice dell’organo di autogoverno della magistratura o munito del potere di sciogliere il Parlamento a suo capriccio.

Inoltre il Presidente si troverebbe in una condizione eccentrica: eserciterebbe poteri politici e di governo senza assumerne la responsabilità e, soprattutto, avendo la necessità che qualcuno sia disposto a controfirmare i suoi atti. Senza contare, poi, che lui non avrebbe alcun potere di controllo sui ministri (che può nominare, ma non revocare) e che le Camere non avrebbero alcun potere di controllo su di lui (potendo invece essere da lui sciolte in ogni momento). Sicché ci si troverebbe nella situazione assurda in base alla quale il Presidente della Repubblica che volesse sfiduciare il “suo” Governo sarebbe costretto a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni (nella speranza che si alterino gli equilibri di maggioranza e che il Governo, all’insediamento delle nuove Camere, si dimetta).

Personalmente non temo il presidenzialismo. Piero Calamandrei – il più noto e autorevole tra i costituenti azionisti – diceva che «ciò che spaventa gli avversari della repubblica presidenziale è soprattutto il pericolo della concentrazione nella sola persona del presidente delle due cariche di capo dello stato e di capo del governo, che si teme possa invogliare alla dittatura. Non credo che questi timori siano fondati, perché le dittature escono da un esecutivo politicamente debole, più spesso che da uno giuridicamente forte»(1).

Ma la soluzione adottata dai costituenti (che ha prodotto istituzioni deboli e partiti forti) va in una direzione opposta. E una qualche forma di equilibrio – tra istituzioni deboli e partiti forti – è stata trovata anche grazie alla prudenza che coloro che hanno varcato la soglia del Quirinale hanno saputo infondere nell’interpretazione del ruolo di Presidente della Repubblica. Proporre oggi un’alterazione di quel ruolo rischia di far implodere l’architettura di un sistema istituzionale logoro. E credo che in questa fase storica – che ha già assistito a numerose “rotture” costituzionali e percorsa da populismo e antimodernismo – sia opportuno astenersi da trasfigurazioni pretercostituzionali della suprema magistratura dello Stato.


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(1) P. Calamandrei, Valore e attualità della repubblica presidenziale, in «L’Italia libera», 19 settembre 1946, oggi in Costituzione e leggi di Antigone, Milano, 2004, p. 76.

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