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Legalità. Sicurezza. Libertà.

La legalità è il perimetro all’interno del quale ciascuno è intangibile nella sua libertà. E ciò è tanto più vero quanto più la legalità è frutto dell’esercizio delle libertà democratiche: i cittadini – direttamente o indirettamente – danno regole a se stessi e sono, ad un tempo, governanti e governati. E la legalità, dunque, rappresenta un argine contro gli abusi del potere nei confronti delle minoranze o dei singoli.

Esiste un’altra declinazione – sociologica, più che giuridica – della legalità, come dispensatrice di sicurezza psico-fisica per il singolo, il quale confida nella generalità di regole valide per tutti: si gira disarmati, senza timori per la propria incolumità, perché si confida che tutti siano disarmati.

Onde evitare il ricorso all’autotutela, garanti dell’omogenea e generale osservanza delle regole devono essere i pubblici poteri. Ma le negligenze, le lentezze, le contraddizioni, gli errori e gli abusi che si registrano nell’amministrazione della Giustizia e nell’attività delle Forze dell’Ordine non giovano a dare fiducia al singolo, che sente vacillare la propria sicurezza e che prova una sensazione di smarrimento: pensava di meritare la protezione della legge, avendola sempre rispettata, e invece si vede dileggiato dalla protervia dei trasgressori e dalla loro impunità.

Dinanzi a queste storture, il disorientamento delle persone oneste rischia di aprire la strada all’idea che occorra difendersi da soli, magari con le armi, o affidarsi al pugno d’acciaio di un “uomo forte”. Idee, queste, che spesso si abbinano all’invocazione di pene draconiane non nel nome della legalità democratica, ma in quello della sovranità nazionale. E ciò appare evidente allorché sul banco degli imputati vi sia uno straniero. Perché in questi casi la Nazione – il vincolo di storia e di sangue – finisce per prevalere sulla natura umana e giustifica la richiesta di applicazione delle regole in modo diseguale.

Ma dietro uno slogan come «Prima gli italiani» si annida e prospera, come un pidocchio su una testa crinita, la cultura della disuguaglianza dinanzi alla legge. E la cultura della disuguaglianza è il fondamento della gerarchizzazione della società, della subordinazione dell’individuo all’individuo e, in ultima istanza, di tutti gli uomini allo Stato. Per scongiurare lo scivolamento verso lo stato gerarchico e illiberale, verso la società della disuguaglianza di diritto (anziché di fatto), è necessario rendere sicure le nostre città, far rispettare le leggi e punire i trasgressori. E si deve riaffermare che dinanzi alla violazione della legge non esistono distinzioni o privilegi: tutti devono ricevere lo stesso trattamento.

L’eguale applicazione della legge è, dunque, la prima garanzia della libertà. Ma è bene chiarire che la legalità, da sola, non serve a chi, avvinto dal bisogno e dalle difficoltà, della libertà non sa cosa farsene. Nessun uomo nasce libero (anche solo per il fatto che l’infanzia è una condizione di subalternità e dipendenza dagli adulti). Liberi, dunque, si diventa e la libertà si acquisisce e si consolida solo con l’esercizio. Ma – ecco il punto! – occorre rimuovere quegli ostacoli, di ordine politico, economico e sociale, che impediscono di fatto il pieno sviluppo della persona ed il dispiegarsi della sua libertà. Tra questi ostacoli che di fatto impediscono il dispiegarsi delle libertà individuali vi è anche la mancanza di sicurezza.

Ed è compito della Repubblica rimuovere questo ostacolo e garantire la sicurezza di tutti coloro che si trovano sul suo territorio.

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