Si parla da tempo di gestione manageriale dei tribunali come di una soluzione alle inefficienze della giustizia. Non sono contrario. Ma sono scettico. Perché non è chiaro cosa si intenda fare e come.
In un saggio di oltre 20 anni fa, il compianto Alberto Musy sosteneva laconicamente che «il manager in tribunale si occuperebbe della allocazione delle risorse economiche in modo efficiente, coordinerebbe le attività del personale ausiliario, libererebbe i magistrati dalla necessità di provvedere personalmente all’attività organizzativa e gestionale»(1). E, in un articolo sul «Corriere della Sera» dello scorso dicembre, Francesco Giavazzi ha scritto che i tribunali «dovrebbero avere a capo persone capaci di gestire, non magistrati che spesso non sanno governare neppure le proprie udienze. Dal punto di vista organizzativo i tribunali andrebbero gestiti come un’impresa, perciò da chi sa farlo. […] Introducendo nei tribunali una figura con il potere di verificare anche solo la presenza dei giudici sul luogo di lavoro ne cambierebbero gli incentivi»(2). Tali contributi rafforzano il mio scetticismo, soprattutto per quel che concerne la giustizia civile.
La tesi di Musy appare poco circostanziata e, comunque, superata dall’informatizzazione e dall’introduzione dell’Ufficio del processo. Quella di Giavazzi pare, invece, frutto di scarsa dimestichezza con la quotidianità degli uffici giudiziari. Anche se può stupire, i giudici sono capaci di governare le proprie udienze. Ed è difficile immaginare come si possa verificare la loro presenza in tribunale, visto che – soprattutto nei grandi uffici giudiziari – i giudici non hanno uno spazio assegnato. Così lavorano in casa, recandosi in tribunale solo per le udienze, dove a controllarne la presenza ci sono gli avvocati. E il processo civile telematico (e, si spera, la prossima definitiva codificazione delle udienze a trattazione scritta) ridurrà ulteriormente la presenza di giudici e avvocati nelle aule di giustizia, consentendo a tutti di lavorare senza muoversi dal proprio domicilio.
Ma se anche il manager potesse vigilare sulla presenza del giudice in ufficio, non è chiaro cosa potrebbe fare esattamente: la Costituzione fa della magistratura un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, sicché i giudici sono soggetti soltanto alla legge. E solo al CSM spetta ogni decisione sull’assegnazione delle funzioni, su promozioni, trasferimenti e sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati.
Quindi, non potendo incidere sull’organizzazione del lavoro dei giudici, le concrete funzioni di un manager a me sembra restino vaghe. Il suo potere organizzativo e disciplinare sarebbe circoscritto al personale delle cancellerie e, forse, all’Ufficio del processo. Ma le cancellerie civili, grazie al processo telematico, non sono più affollate come un tempo (perché molta parte del lavoro avviene in automatico, grazie alla piattaforma informatica del “dominio giustizia”). E l’Ufficio del processo opera (quando e se lo fa) sotto il diretto controllo del giudice. Giova, infine, evidenziare che il personale di cancelleria è di gran lunga inferiore rispetto al previsto, sicché – non potendo egli stesso disporre l’assunzione di nuovi impiegati – al manager resterebbe solo il potere di barcamenarsi con quelli disponibili.
Insomma, io credo che il manager del tribunale – qualora si decidesse di introdurlo – potrà forse aiutare a migliorare l’organizzazione di qualche ufficio amministrativo, ma temo non potrà risolvere i due maggiori problemi della giustizia civile: i tempi di definizione dei giudizi e la mediocre qualità dei provvedimenti giudiziari.
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(1) Musy – Simongini – Pizzetti, Un manager in tribunale. Costi e tempi della giustizia civile: analisi economica, riforme, strumenti alternativi, in Biblioteca della Liberta, n. 159, maggio-agosto 1999, p. 89.
(2) Giavazzi, Quattro riforme possibili, in Corriere della Sera, 11 dicembre 2020.
