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Buone abitudini e buon governo

Nei pressi di Latina c’è un’impresa che estrae biocombustibile dai rifiuti solidi urbani, riducendo significativamente gli scarti da destinare in discarica. L’impianto tratta circa 224.000 tonnellate di rifiuti all’anno (pari a circa la metà della sua capacità), fornendo un servizio a un territorio in cui ricade anche Roma. Malgrado la sua elevata efficienza, l’impianto produce sovvalli (residui della trasformazione dei rifiuti solidi) da smaltire in discarica.

Poiché in materia di rifiuti la legge impone il principio dell’autosufficienza regionale, la Regione ha l’obbligo di individuare sul proprio territorio impianti e discariche per lo smaltimento. E, di conseguenza, è vietato portare i rifiuti fuori dai confini regionali senza espressa autorizzazione. Ma la Regione Lazio, dopo il 2015, non ha mai individuato la rete di impianti e discariche verso cui indirizzare i sovvalli dell’impresa della nostra storia, imponendole il dimezzamento della produzione di biocombustibile proprio per l’impossibilità di smaltire in discarica un quantitativo maggiore di residui non ulteriormente trasformabili.

A nulla è valso sollecitare una risposta dalla Regione: la discarica non veniva individuata. Pertanto l’impresa ha chiesto l’autorizzazione a trasferire e smaltire i sovvalli fuori dal Lazio, non ottenendo neppure quella. Contro tale diniego è stato adito il TAR Lazio, che – con la sentenza n. 2902 del 7 marzo 2016 – ha ordinato alla Regione Lazio di individuare, entro 180 giorni, una rete integrata e adeguata di impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Dopo due anni di ulteriore inerzia, l’impresa ha nuovamente agito in giudizio per l’ottemperanza della sentenza. La Regione si è difesa obiettando di aver avviato il procedimento e di aver più volte sollecitato la Città metropolitana di Roma, che avrebbe dovuto indicare il sito per la discarica e che ancora non aveva provveduto.

Con la sentenza n. 4524 del 24 aprile 2018, il TAR Lazio ha in primo luogo stabilito che malgrado l’inadempienza della Città metropolitana di Roma, la Regione aveva avviato una procedura diversa da quella imposta dalla sentenza del 2016 e, comunque, aveva omesso di esercitare i poteri che le avrebbero consentito di sostituirsi alla Città metropolitana.

Condannata per la seconda volta, nel giugno 2018 la Regione Lazio ha individuato le discariche di Fosso Crepacuore 3 (nei pressi di Civitavecchia) e di Collefagiolara (a Colleferro). Ma, per la limitata capacità residua di Fosso Crepacuore 3 e la chiusura – già programmata per il gennaio 2020 – di Collefagiolara, questi impianti si sono rivelati del tutto inadeguati.

Sollecitata di nuovo, la Regione non dava risposta. E il TAR – adito per la terza volta – con la sentenza n. 426 del 14 gennaio 2020 ha reiterato l’ordine di individuare le discariche entro 180 giorni nei confronti della Regione. La perdurante inerzia della quale ha provocato – con un quarto provvedimento del TAR del 18 gennaio 2021 – la nomina di un commissario ad acta che si sostituisca all’amministrazione regionale e che individui la rete di smaltimento dei rifiuti.

La vicenda, purtroppo, è lo specchio delle gravi carenze di amministrazioni – quella regionale e quella della Città metropolitana di Roma – sostanzialmente prive di guida. Benché ci tocchi assistere da anni ai battibecchi tra Virginia Raggi e Nicola Zingaretti sul tema dello smaltimento dei rifiuti, la lettura di queste sentenze del TAR ci dimostra che entrambi sono rimasti inerti, limitandosi a coltivare il loro interesse propagandistico volto a screditare l’avversario politico. Né la Raggi, né Zingaretti hanno avuto, infatti, la benché minima attenzione per l’efficienza e il buon andamento della pubblica amministrazione, per la tutela dell’ambiente, per il benessere dei cittadini. E non si sono sentiti vincolati dall’etica della responsabilità o dal dovere di collaborare lealmente tra loro. Né dal rispetto per i loro elettori.

Virginia Raggi e Nicola Zingaretti, in quest’ottica, si somigliano come due gocce d’acqua: poco attenti all’efficienza dell’amministrazione, animati solo dall’istinto di sopravvivenza e dall’urgenza dell’autoconservazione, si sono rivelati entrambi inclini a coltivare le cattive abitudini e i malvezzi della peggiore politica.

Sotto la loro guida le rispettive amministrazioni (della Regione e della Città metropolitana) – tradizionalmente già non particolarmente brillanti – hanno mostrato tutte le loro carenze organizzative (nella polizia locale, nella sanità, nella cura del verde pubblico, nello smaltimento dei rifiuti, nel decoro urbano, nella manutenzione della rete viaria e nel sistema di trasporto pubblico). E sono rimaste impermeabili a tutto. Finanche alle pronunce giudiziarie, sistematicamente ignorate o eluse.

Amministrazioni dannose per l’intera collettività, che disvelano sinistramente il loro ghigno ostile, beffardo e canzonatorio, a chiunque abbia necessità di entrarvi direttamente in contatto. Amministrazioni autoreferenziali, a cui è completamente estranea l’idea di essere a servizio di chi si rivolga a loro. Amministrazioni talvolta corrotte e incompetenti. Ma il più delle volte semplicemente lente e inefficienti, perché impigrite dal rispetto di prassi farraginose e smarrite nei labirinti dei propri regolamenti e delle proprie procedure. Corrose dalla carie delle proprie cattive abitudini.

Nessuno può seriamente confidare che queste insufficienze possano essere colmate solo pronunciando la parola magica “riforma”. E sarebbe mistificatorio pure imputare tutto al “degrado etico” – poiché l’età dell’oro non è mai esistita – e illudersi che sia sufficiente un generale rinnovamento morale. Anche perché nessuno sa dire cosa mai dovrebbe produrre tale miracoloso e repentino rinnovamento.

Occorre, dunque, ammettere che non si può sperare solo nella virtù degli uomini, perché l’esperienza mostra che tutti gli uomini sono inclini a cedere alle proprie debolezze: per raddrizzare il legno storto dell’umanità, oltre ad un minimo di virtù, occorrono buone istituzioni, buone leggi e buone prassi. Occorre aumentare la partecipazione e il controllo da parte dei cittadini. Cittadini più esigenti e più attenti sapranno valutare meglio la serietà e la competenza di politici e amministratori.

Occorrono soprattutto politici e amministratori seri e preparati, dotati di una buona cultura istituzionale, costituzionale e tecnica. E soprattutto con delle buone abitudini. Perché le buone istituzioni e le buone abitudini (sia di chi incarna le istituzioni, sia di chi vi è sottoposto) sono i presupposti indefettibili per un buon governo. Indipendentemente dal suo orientamento politico.

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