Salta al contenuto

Destra e sinistra non sono indistinguibili

Nel nuovo Manifesto che Carlo Calenda ha diffuso nelle scorse ore c’è un messaggio che mi pare rischi di essere (male) inteso come la negazione delle differenze tra destra e sinistra.

Per evitare equivoci credo occorra distinguere il reale dall’ideale, perché è senz’altro vero che nell’Italia contemporanea si fatica a scorgere la differenza tra governi di destra e di sinistra (e di questo parla il Manifesto). Anche perché, dal secondo dopoguerra in poi, sia la destra sia la sinistra si sono distinte per la feroce avversione contro la cultura liberale. Quindi, per un liberale, è facile dire che tra gli eredi di quell’antiliberalismo viscerale non vi siano differenze.

Tuttavia, negli aspetti ideali, anche oggi è possibile rinvenire dei tratti distintivi tra destra e sinistra.

La sinistra è prevalentemente libertaria, perché ha definitivamente rimosso l’originaria impostazione collettivistica del marxismo-leninismo e ha maturato la convinzione che ogni individuo abbia un’unicità e un valore in sé. Il problema è che in Italia la sinistra è ancora alla ricerca di un punto di equilibrio tra autorità pubblica e libertà privata. Poi, con la nascita del PD, si sono costrette in un letto di Procuste due sensibilità affini ma diverse, con gli ex DC che sono rimasti cattolici, mentre gli ex PCI non sono più nulla. E hanno finito per barattare il loro marxismo con l’esercizio del potere, nel partito e nel governo. Un potere senza il quale la loro identità evapora.

Il trionfalismo nazionalistico, invece, è di destra. La nostra destra, in questo, non è molto cambiata nel corso degli anni e ha ragione Giorgia Meloni a rivendicarne la coerenza (retorica, ben più che operativa). Basta ascoltare con un po’ di attenzione la nostra Presidente del Consiglio per rilevare che, per riferirsi all’Italia, la stessa non distingua mai Stato, Repubblica o Paese, ma dica sempre e invariabilmente Nazione. E in questa confusione tra paese (cioè società), stato (cioè apparato) e nazione (cioè passato e avvenire di un popolo) si annida l’idea che lo stato prevalga sempre sulla società, che – con tutta la sua varietà di sfumature – esiste solo come prodotto dello stato. Perché è lo stato che pone (e impone) le premesse e le condizioni per la coesione sociale. E anche l’individuo è trattato come un ingranaggio funzionale al mantenimento della coesione nazionale: la persona non esiste al di fuori dello stato. Questo è il distillato di un sovranismo oggi largamente diffuso a destra, che non ha nulla a che vedere con il conservatorismo liberale, il quale, invece, fa dell’autonomia della società l’argine contro il Leviatano statale.

Ritornando dall’idealità alla realtà, la differenza tra libertarismo di sinistra e nazionalismo di destra traspare chiaramente, ad esempio, nella grossolana norma sui rave adottata dal Governo Meloni. Che poi, a ben guardare, un rave party di oggi è nulla se confrontato con i grandi raduni giovanili del passato. E sarebbe da chiedersi che provvedimenti avrebbe adottato il Governo Meloni davanti ad una manifestazione libertaria tipo Woodstock. Avrebbe forse inviato un battaglione corazzato in assetto di guerra?

Altra differenza è nell’approccio culturale verso l’omosessualità, la cittadinanza, la lingua o la religione: la Nazione, nella sua asserita omogenea e granitica unità, non può tollerare scivolamenti verso l’ibridazione, il meticciato, la commistione. Per questo a destra si parla (e si straparla) dei diritti del sangue o di quelli della famiglia naturale (che in natura non esiste): non solo le persone ma anche le stirpi hanno i loro diritti! E pure la fisiologica evoluzione della cultura italiana – per via delle contaminazioni con le altre culture – viene spesso intesa come un attentato all’identità nazionale. Dimenticando che la nostra cultura nazionale è tanto ricca proprio perché è il risultato, mai definitivo, di innumerevoli contaminazioni.

Quindi, tra destra e sinistra le differenze ci sono. E non vanno sottaciute, né minimizzate.

Lascia un commento