Il pragmatismo azionista non è semplicemente la “politica del fare”, ma è un “fare i conti con la realtà”. Per questo parliamo di pragmatismo laico: perché rifiuta il dogmatismo e il settarismo. Il settario, infatti, nel contrasto tra dogma e realtà, dice che è sbagliata la realtà perché non ha inverato il suo dogma. Noi invece pensiamo che occorra partire proprio dalla conoscenza della realtà per provare a correggerne – per quanto possibile – ingiustizie ed inefficienze. Una politica pragmatica non si prende l’impegno di costruire società ideali, ma solo di far funzionare meglio quella reale.
La gestione dei rifiuti, della sanità, delle case popolari; la disciplina dei rapporti tra capitale e lavoro; le rigidezze della Direttiva Bolkestein: sono tutti casi in cui la politica ha seguito dogmi astratti, rifiutando il confronto con la realtà.
Per riprendere i contatti con il mondo reale si devono ascoltare le persone, conoscerne i bisogni e provare a risolvere i loro problemi. La democrazia è il regime dell’ascolto. E la politica, in democrazia, è l’arte di trovare soluzioni collettive ai problemi individuali.
Richiamarsi al realismo, tuttavia, impone anche chiarezza. Da una parte è bene dire che se tutti devono essere ascoltati, non tutti possono essere accontentati. Dall’altra occorre avvertire che il realismo non deve sconfinare nel cinismo o nella neutralità ideale (che si risolve nell’ipocrita slogan “né di destra, né di sinistra). Perché la politica non può ridursi alla pura gestione conservativa dell’esistente.
La politica deve sapere come fare, ma soprattutto deve decidere cosa fare.
Deve dominare la tecnica (il come) per metterla a servizio degli ideali (il cosa). E coltivare gli ideali non è in contrasto con il pragmatismo, visto che l’ideale nasce nel momento stesso in cui critichiamo la realtà presente perché abbiamo in mente un’idea di futuro migliore. Solo i cinici sono privi di ideali.
Il gruppo di azionisti di cui mi onoro di far parte ha l’ideale di un futuro in cui tutti possano tendenzialmente avere pari opportunità di realizzare se stessi; in cui la società reale sia messa in grado di funzionare meglio a servizio dell’individuo, per permettergli di affrancarsi dai vincoli e dai condizionamenti che gli vengono imposti dalle tradizioni e dalla comunità di origine.
