La maternità surrogata è un crimine universale? Se una consistente parte del mondo che noi riteniamo civile la ammette come lecita, sostenere che la stessa attività sia esecrabile (e vada proibita e punita) è un punto di vista tutt’altro che universale.
Pensare, poi, di disciplinare la materia solo con divieti e sanzioni non appare un’idea particolarmente brillante: il proibizionismo non risolve i problemi esistenti e contribuisce a generarne altri. Il divieto di maternità surrogata, ad esempio, non introduce alcuna tutela per chi dovesse nascere in conseguenza della violazione del divieto stesso. Di chi sarà figlio il frutto di questo illecito? Della partoriente? Dei genitori “intenzionali”? Di nessuno di costoro? E in quest’ultimo caso, che ne facciamo del minore? Mistero! La priorità pare sia vietare e punire.
Inoltre, questo approccio manicheo e repressivo implica e presuppone una concezione regressiva della donna. Chi immagina solo divieti, infatti, lo fa per due principali ragioni: perché ritiene immorale praticare la maternità surrogata, oppure perché ritiene di dover proteggere le donne dallo sfruttamento. In ambedue i casi si concepisce la donna come un essere permanentemente in stato di minorità (etica, economica o volitiva). Un essere da mantenere sotto tutela sottraendole la libera disponibilità del corpo.
Infine, devo ammettere di provare un poco di disagio a militare in una forza politica che – senza mai avviare una discussione e un confronto interno vero, schietto e partecipato – si è schiacciata sulle posizioni personali espresse dal segretario e dalla presidente. Posizioni che, altrettanto personalmente, non condivido, perché tendono a banalizzare e semplificare un tema estremamente delicato e complesso, non liquidabile con una riga di testo aggiunta alla legge 40/2004.
Se Azione vuole credibilmente presentarsi agli elettori come il partito della competenza e del pragmatismo, come il partito dell’area liberale e progressista, deve evitare di avallare soluzioni intrise di dogmatismo ideologico (giuridicamente assai discutibili) e di conservatorismo illiberale. Tanto più che all’interno del partito c’è una vasta area di militanti che, per sensibilità e cultura politica, non condivide né poco né punto la scelta, deliberata non si sa come e non si sa da chi, di spacciare come universali (e quindi come giuste in assoluto) le opzioni etiche personali.
Benché io creda fermamente che occorra avere un’etica di partito, sono altrettanto fermamente contrario al partito etico e paternalistico.
