(Rielaborazione della relazione conclusiva dell’incontro promosso e organizzato da Rinascimento azionista il 15 aprile 2019 a Roma, con il titolo Azionisti reloaded! Il partito liberaldemocratico che vorremmo.)
Al termine di questo magnifico incontro, proverò a tracciare con poche pennellate un’epitome dei pensieri sul partito liberaldemocratico che, in questi mesi, ho condiviso con gli amici di Rinascimento azionista. E partirò partendo da un assunto che mi sta a cuore: la costruzione di un nuovo partito impone delle scelte culturali, metodologiche e organizzative.
Le scelte culturali riguardano le finalità dell’azione politica. E, ancor prima, gli ideali, i valori, le sensibilità che informano quell’azione e che individuano anche gli interessi di riferimento del partito. Fare politica per davvero significa tenere insieme valori e interessi. Per questo, malgrado si rivolga a tutti, è inevitabile che un partito possa non piacere a tutti.
E visto che i partiti che hanno la pretesa di rappresentare, in una astratta e mistica unità, il popolo o la nazione hanno sempre una più o meno marcata vocazione populista, il partito che vorrei non è il «partito della nazione». Vorrei, al contrario, un partito che – mantenendo un carattere interclassista – sappia farsi interlocutore di quel ceto medio, politicamente disilluso, che ha perso ogni riferimento politico e che ingrossa le schiere dell’astensionismo. Vorrei un partito capace di risvegliare la partecipazione civica di quella parte del Paese che ha dolorosamente smesso di credere alla politica.
Ne ho parlato tante volte e non mi dilungherò sul tema. Ma credo utile ribadire che non vorrei un partito sacerdote, custode e alfiere di dogmi ideologici, ma un partito con dei solidi ideali. Vorrei un partito che sappia fare i conti con la realtà e che metta al centro l’Uomo e la sua libertà. Un partito che intenda la sovranità come un dovere da adempiere a servizio di chi vive sul suo territorio e non solo come un potere da esercitare con finalità proibitive o repressive. Vorrei, insomma, un partito che creda che l’espansione delle libertà di ciascun individuo sia una condizione per l’ampliamento delle libertà di tutti. Perché l’esercizio della libertà ha sempre anche un effetto liberatorio.
Quanto alle scelte metodologiche e organizzative del partito che vorrei, credo sia utile dire che si tratta di scelte che si implicano e si condizionano reciprocamente, perché riguardano le modalità con cui si assumono e si attuano le decisioni.
Oggi – non solo in Italia – sembrano avere successo i leader volitivi, i decisionisti, la cui personalità finisce per sovrapporsi a quella dello stesso partito, oscurandone l’identità politica e annichilendo pluralismo e dibattito interno. Il terrore per il correntismo – nell’accezione più deteriore – ha reso feconda l’idea del partito-caserma o del partito-chiesa, dove – per obbedienza o per fede – ogni sfumatura, ogni differenza, si stempera in un compatto grigiore di conformismo.
E così leader troppo forti generano strutture organizzative deboli e prassi gestionali verticistiche. Tutto si accentra nelle mani di una sola persona attraverso il controllo delle «aree di incertezza organizzativa»: la raccolta e la gestione dei finanziamenti; la comunicazione; la scelta dei dirigenti; la selezione delle candidature. Un’azione che si svolge nell’indifferenza per le regole statutarie, quando ci sono; oppure in assenza di qualsiasi regola codificata.
Il risultato che si attinge per tal via è quello dell’identificazione di un partito con il suo leader: le opinioni personali del leader diventano – senza alcun vaglio deliberativo interno – l’indirizzo politico del partito; e ogni manifestazione di volontà del leader è automaticamente esercizio del potere regolamentare e dispositivo. Partiti del genere sono poco liberali e ancor meno democratici, perché non sorgono sui quattro pilastri della democrazia interna: il voto degli iscritti per la selezione dei leader e degli organi dirigenti; la deliberazione collegiale delle scelte politiche e delle candidature; la distribuzione, sui diversi livelli, del potere decisionale; la garanzia dei diritti delle minoranze.
E sarà difficile che un partito che non esercita la democrazia al suo interno possa poi operare democraticamente nella sua azione politica.
Il liberalprogressismo non è una dottrina unitaria, ma la coesistenza di una certa sensibilità – in particolare per le libertà individuali e per le pari opportunità – e di un certo metodo: il metodo del dialogo. Metodo che presuppone la capacità di ascolto e la disponibilità a mettersi in discussione. Metodo che concepisce la democrazia come il regime degli ascoltatori e non degli oratori, né come il regime dei competenti. Perciò il partito che vorrei non è il partito dei competenti, cioè di quei pochi che, paternalisticamente, sanno cosa è meglio per tutti, ritenendo di avere tutte le risposte giuste già in tasca. Vorrei, invece, un partito dell’ascolto e del dialogo. Un partito che sappia cercare e valorizzare le competenze esistenti nella società civile e che sappia farsi laico e inclusivo intermediario tra questa società civile e il governo della cosa pubblica.
