L’amica Giulia Pastorella afferma di essere favorevole all’introduzione di logiche aziendali nell’amministrazione della giustizia. Sono disposto a dirmi d’accordo con lei, ma solo a condizione di intendersi sul senso delle parole. Sono incondizionatamente d’accordo, ad esempio, sul fatto che la giustizia debba essere vista come un servizio da fornire ai cittadini. E deve trattarsi di un servizio di qualità: rapido, efficiente, non eccessivamente oneroso. Il problema è capire come fare.
Nell’ottica dell’aziendalismo, si parla da tempo di gestione manageriale dei tribunali. E un economista ha scritto che i tribunali «dovrebbero avere a capo persone capaci di gestire, non magistrati che spesso non sanno governare neppure le proprie udienze. Dal punto di vista organizzativo i tribunali andrebbero gestiti come un’impresa, perciò da chi sa farlo. […] Introducendo nei tribunali una figura con il potere di verificare anche solo la presenza dei giudici sul luogo di lavoro ne cambierebbero gli incentivi»(1).
Simili affermazioni credo siano frutto, come minimo, di disattenzione costituzionale e di scarsa dimestichezza con la quotidianità degli uffici giudiziari. E io non sono disposto a condividerle.
Anche se può stupire, i giudici sono capaci di governare le proprie udienze. Ed è difficile immaginare come si possa verificare la loro presenza in tribunale, visto che – soprattutto nei grandi uffici giudiziari – i giudici non hanno uno spazio assegnato: lavorano in casa, recandosi in tribunale solo per le udienze, dove a controllarne la presenza ci sono gli avvocati. E il processo civile telematico (e, si spera, la prossima definitiva codificazione delle udienze a trattazione scritta) ridurrà ulteriormente la presenza di giudici e avvocati nelle aule di giustizia, consentendo a tutti di lavorare senza muoversi dal proprio domicilio.
Ma se anche il manager potesse vigilare sulla presenza del giudice in ufficio, non è chiaro cosa potrebbe fare esattamente. La Costituzione, infatti, dispone che ogni magistrato sia soggetto solo alla legge, per garantirne autonomia e indipendenza da ogni altro potere (e da ogni altro magistrato). E solo al CSM spetta ogni decisione sull’assegnazione delle funzioni e su promozioni, trasferimenti e sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati.
Quindi, non potendo incidere sull’organizzazione del lavoro dei giudici, le concrete funzioni di un manager a me sembra restino vaghe. Il suo potere organizzativo e disciplinare sarebbe circoscritto al personale delle cancellerie. Ma se il manager non può incidere sui tempi e sulla qualità delle decisioni e neppure può disporre il licenziamento o l’assunzione di nuovi impiegati amministrativi, perché continuare a parlarne?
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(1) F. Giavazzi, «Quattro riforme possibili», in Corriere della Sera, 11 dicembre 2020.
