La giustizia civile, in Italia, è un argomento ignorato dall’opinione pubblica. Occorre rendere merito, perciò, a chi tenta di affrontare pubblicamente il tema, rischiando qualche scivolone. Carlo Cottarelli, ad esempio, nel suo recente libro «All’inferno e ritorno» (Feltrinelli, 2021) sostiene – a ragione – che la giustizia debba essere considerata come un servizio. In Italia, in effetti, la giustizia è stata sempre considerata (erroneamente) solo un’espressione della sovranità statale: serve per mostrare la forza dello Stato, non la sua efficienza.
I tribunali andrebbero gestiti come aziende, affidandoli ad un manager, dice Cottarelli. E poi sarebbe necessario «…rivedere il codice di procedura civile tagliando i “tempi morti”, adeguare i costi di accesso alla giustizia alle medie europee (da noi i costi sono più bassi, il che incentiva le cause “frivole”), disincentivare gli atteggiamenti palesemente ostruttivi delle parti in causa (tipici di chi ha torto) e rafforzare le procedure di risoluzione extragiudiziale, come avviene per esempio negli Stati Uniti» (Op. cit., p. 147).
Tralasciando per ora i temi della gestione manageriale dei tribunali e delle ADR, a me pare che le altre proposte siano in contrasto con il “liberalismo inclusivo” sostenuto dallo stesso Cottarelli e rivelino una sostanziale mancanza di esperienza della giustizia civile come fenomeno reale.
Una giustizia civile più costosa – ai livelli degli USA, del Regno Unito, della Germania o della Francia – in un Paese con i redditi medi tra i più bassi dell’Occidente è, di fatto, una giustizia classista. E una giustizia civile che impedisce l’avvio di cause “frivole” è, soprattutto, un diniego di giustizia: per impedire alle frivolezze di intasare i tribunali occorrerebbe individuarle in anticipo, stabilendo – ad esempio – che al di sotto di certe soglie economiche il ricorso al giudice è precluso; oppure che alcune categorie di controversie non possano essere trattate e decise in sede giurisdizionale. Avremmo così schiere di diritti senza tutela giurisdizionale, a causa dell’esiguità del valore del loro oggetto, o perché appartenenti a specifiche categorie. E questo mi pare del tutto illegittimo, perché in contrasto con la Costituzione, con la Carta dei diritti dell’UE e con la CEDU.
E poi, a volerla dir tutta, la frivolezza di certe controversie emerge solo dopo la decisione. Ma in tal caso non di frivolezza si tratta, ma di temerarietà, per la quale il giudice, anche d’ufficio, può disporre una sanzione contro la parte temeraria. Non occorre alcuna riforma: la norma già esiste da tempo (art. 96, comma 3, c.p.c.). E una sua oculata – e ribadisco: oculata – applicazione varrebbe da deterrente anche contro gli abusi del processo ad opera di chi sa di aver torto.
Quanto alle riforme necessarie a tagliare i tempi morti, chiunque abbia diretta esperienza di ciò che accade in un’aula di giustizia sa bene che questi tempi sono spesso dettati da esigenze di ruolo dei giudici. I quali sistematicamente dimenticano i termini che la legge prevede per il compimento dei loro atti. È, ad esempio, previsto un termine di 5 giorni per sciogliere le riserve assunte nella fase di trattazione (art. 186 c.p.c.), ma il carico di lavoro è talmente elevato che spesso passano diverse settimane. Si prevede che i rinvii d’udienza non oltrepassino i 15 giorni (art. 81 disp. att. c.p.c.), ma nella realtà i rinvii si computano a mesi o, nei casi più disgraziati, ad anni. Perciò, visto che le norme già esistono (e non si tratta solo di quelle già citate), perché chiedere l’introduzione di altre vane grida manzoniane?
Apprezzo e stimo la serietà di Cottarelli come economista e il suo meritorio impegno civile, ma credo che abbia un’idea troppo vaga e troppo distante dalla realtà della giustizia civile. E questo ne pregiudica la lucidità della valutazione e, di conseguenza, la sensatezza delle proposte.
