Il caso di Mimmo Lucano rappresenta l’ennesima dimostrazione del malfunzionamento della giustizia italiana. Dopo la condanna di primo grado a tredici anni di reclusione, si è passati ad una radicale riforma in appello, dove è stata adottata una più mite condanna a un anno e mezzo, con pena sospesa. L’otto volante della giustizia penale ci ha abituato a questi estremismi: condanne draconiane in prime cure e assoluzioni, o drastiche riduzioni di pena, in secondo grado.
Le virtù del senso della misura, dell’equilibrio e dell’imparzialità, che dovrebbero innervare l’attività dei magistrati, sembrano smarrite. E, soprattutto in primo grado, alcuni giudici pare facciano a gara a chi la spara più grossa. Perché quando si passa da pesanti condanne ad assoluzioni per insussistenza del fatto, occorre chiedersi su cosa fosse concentrata l’attenzione del pm e del giudice durante la celebrazione del primo grado di giudizio.
Da anni viviamo nell’assoluta incertezza dei delitti e delle pene, grazie a processi che si chiudono con giudizi totalmente arbitrari, sconnessi dai fatti e dalle norme. Questo prevalere delle passioni sulla ponderazione, degli istinti sulla ragione, del giudizio etico su quello giuridico, viene spesso giustificato come l’inevitabile conseguenza dell’indipendenza di ogni singolo magistrato. Ma questo argomento è un insulto alla Costituzione, perché la sacrosanta indipendenza, prima ancora che una prerogativa dei giudici, è un dovere che non consente loro di farsi trascinare dalle passioni, né di prescindere dai fatti o dalle norme giuridiche vigenti.
Essere indipendenti non significa poter giudicare arbitrariamente, ma dover giudicare senza condizionamenti, nel rispetto dei fatti e delle leggi.
