Il video del pestaggio del Quarticciolo ai danni di un ladruncolo, reo di aver tentato il borseggio di una donna anziana, ha provocato reazioni e commenti contrastanti. Visto che, probabilmente, a breve avremo anche il parere dell’ineffabile generale Vannacci, non me la sento di lasciarvi orfani del mio.
Ma non intendo soffermarmi moralisticamente sulla reazione estremamente violenta del branco dei giovani “vendicatori”. Dico solo che si tratta di una reazione comprensibile nell’immediatezza del fatto e soprattutto in ambienti dove, non sempre a torto, si diffida della tempestività e dell’efficacia dell’intervento pubblico. Ma quando questa reazione assume il volto e i muscoli di persone molto giovani e poco riflessive, la legittima difesa sconfina in un’aggressione scomposta, la cui violenza è moltiplicata dallo sfogo delle frustrazioni dei partecipanti e accompagnata dall’intima convinzione di essere nel giusto e di trovare perciò l’appoggio ideale della comunità di cui si fa parte.
Trovo, invece, meritevoli di una sottolineatura i commenti della donna autrice del filmato, che – invisibile agli occhi – è presenza essenziale per la comprensione di quel che i nostri sensi percepiscono. Si tratta di commenti formulati a caldo – con garbo vaporoso e impalpabile – da un’entità metafisica cui va la devozione commossa di tutti i bestemmiatori. La nostra beata Signora del turpiloquio, infatti, offre un esempio luminoso di culto incondizionato della proprietà privata. Perché la salvaguardia dell’integrità dell’automobile della figlia ha priorità su tutto: sulla difesa della vittima dello scippo, sul sentimento di rivalsa verso l’insicurezza del luogo, sul pestaggio dello scippatore (pestaggio implicitamente approvato e sostenuto con fermo vigore dagli epiteti rivolti al malmenato). Così l’iniziale disapprovazione della condotta del solo furfante si tramuta repentinamente in disapprovazione per tutti i protagonisti della vicenda allorché il linciaggio si localizza nei pressi di quella vettura parcheggiata. Il cambio di registro – da “li mortacci tua” a “li mortacci vostra” – ci regala un sovvertimento di prospettiva che, in ogni caso, non approda mai sulla sponda della pacificazione. La beata Signora del turpiloquio non appare mai paga dei calci e dei pugni già somministrati con generosità allo scippatore; non esorta mai i suoi carnefici a smettere di picchiarlo; non mostra alcuna pietà per il malmenato. Le sue vibranti imprecazioni non esortano mai alla cessazione del pestaggio, ma alla sua prosecuzione altrove.
Insomma, nella durezza ossessiva della voce fuori campo, non traspare alcuna pietà per l’umano né rispetto per il divino. E, considerando che si tratta di una contesa tra soggetti presumibilmente non abbienti in nome di ciò che essi possiedono in grado prossimo allo zero (cioè la ricchezza), il tratto antropologico che se ne ricava è di desolante materialismo amorale.
Detto questo, potrei liquidare l’episodio con un giudizio negativo sull’intera vicenda. Ma c’è l’urgenza di riflettere su altro e, in particolare, sulla condizione di abbandono in cui versano i diritti alla sicurezza personale e patrimoniale. Sono anch’essi, a loro modo, “diritti sociali” perché consentono la liberazione dalla minorità economica e l’affrancazione dalla subalternità sociale di chi vive assillato dallo spettro delle ristrettezze. La nostra beata Signora del turpiloquio è così preoccupata per l’utilitaria della figlia perché, evidentemente, le sue condizioni economiche non le offrono una sufficiente serenità per non doversi preoccupare per i suoi beni materiali. Dover affrontare una riparazione o un nuovo acquisto potrebbe scuotere l’equilibrio economico e finanziario della sua famiglia e, comunque, potrebbe causare un fortissimo disagio nella gestione del quotidiano. E questo impedisce a tanta parte dell’umanità di assumere un ascetico distacco dalla materialità. Un distacco tipico dei possidenti e dei santi, che non può essere preteso da chi è aggrappato con fatica e sacrificio a un minimo benessere spesso precario. E che proprio perché precario e costantemente a rischio, tiene in equilibrio tra civiltà e barbarie chi teme di poterlo perdere. L’assenza di un bastione che dia garanzie di affidabilità, di tempestività di intervento e di prevedibilità di esiti, produce diffidenza, sfiducia, aggressività e risprofonda l’uomo civile nella condizione ferina dello stato di natura: alla prima avvisaglia di pericolo, l’uomo si fa lupo per gli altri uomini, in un conflitto di tutti contro tutti.
La prolungata latitanza del potere pubblico e la percezione dell’ingiustizia dei suoi tanto rari quanto imprevedibili interventi è la prima concausa delle reazioni primitive e violente ritratte dal video del Quarticciolo. Ci si sente indifesi e si prova a difendersi da soli, come si può e come si crede giusto. Se a questa miscela si aggiunge il degrado materiale, culturale e sociale in cui abbiamo fatto scivolare le nostre periferie metropolitane, l’esplosivo è pronto a detonare.
E riservare a queste, per quanto primordiali, forme di autotutela solo il nostro biasimo non farà che accrescere la sensazione di distacco sociale – e quindi il senso di emarginazione, di impotenza e di beffa – che prova una grande massa di persone, prevalentemente concentrate nelle periferie urbane, abbandonate a se stesse ai margini della società del benessere diffuso e prive dei mezzi economici e culturali per affrancarsi dal loro stato di minorità.
