In barba a tutti i sondaggi, alle elezioni regionali sarde, Azione e Più Europa mettono complessivamente insieme l’1,6%. Meno di un anno fa, sempre alle regionali, la “strana coppia” formata da Azione e Italia Viva aveva raggiunto il 4,8% nel Lazio e il 4,2% in Lombardia. Prima ancora, alle regionali della Puglia del 2020, Azione, Italia Viva, Più Europa, Volt e Partito liberale ottennero in totale l’1,6%. Disastro dopo disastro, si va verso l’estinzione o l’irrilevanza.
L’elettorato si polarizza per esprimere un voto “utile”: con un sistema elettorale ad un solo turno, che premia chi acquisisce la maggioranza relativa, votare il candidato che gareggia al massimo per il terzo posto finisce per avvantaggiare uno dei due candidati che si contendono la vittoria. Nella sua primordiale semplicità, il ragionamento dell’elettore è limpido e corretto: visto che il candidato che preferisco non potrà mai vincere (e forse non supererà neppure le soglie di eleggibilità), voto per il candidato che gradisco un po’ meno affinché non vinca il candidato che detesto.
Le prossime, imminenti elezioni europee, si giocano, più o meno, con la stessa logica. Anche qui, dunque, si avrà la polarizzazione tra destra e sinistra europeista e riformista. Una sinistra con moltissimi difetti, ma che certamente non è autoritaria, né coltiva il culto della personalità di qualche autocrate russo. Se, dunque, i liberaldemocratici italiani vorranno avere un qualche ruolo nel contrapporsi ai fiancheggiatori delle democrature e delle autocrazie e vorranno, al contempo, raddrizzare qualche difetto della sinistra, dovranno avere una autonoma voce in capitolo. Per farlo, dovranno smettere di marciare in ordine sparso, mettendo insieme il solito 2% scarso di consensi per ciascuna lista. Per eleggere qualcuno di loro occorre infatti superare di slancio il 4%. Ma nessuno dei partiti terzaforzisti è in grado, da solo, di intercettare almeno il 5% degli elettori: lo dicono i sondaggi e lo dicono, ancora di più, i risultati elettorali degli ultimi anni.
L’unico esito accettabile, benché mediocre, potrebbe essere la replica del 7,8% delle politiche del 2022, attinto dalla lista formata da Azione e Italia Viva, mentre Più Europa, da sola, si fermava al 2,8%. L’esperienza delle politiche del 2022 confermano la regola: unendo le forze aumentano le possibilità di non intralciarsi a vicenda e di fare massa critica (anche se il risultato non è una semplice somma di percentuali). Ma per lavorare tutti insieme occorrono umiltà, generosità e intelligenza: occorre saper fare i conti con la realtà e prendere atto che non tutti possiamo essere colonnelli o generali, ma dobbiamo saper essere tutti operai nell’officina in cui si prova a dare corpo al progetto dell’Europa unita. E se le divisioni saranno fondate – come in effetti sono – su volgari ragioni di spartizione di seggi o di distribuzione delle stellette di comando, malgrado qualche “nobile” ma posticcia motivazione morale addotta, ci sarà poco da spartire. Anzi: nulla!
Chi non dovesse comprendere o, peggio, censurasse questa logica, si rivelerebbe inesorabilmente privo di attitudine per guidare una forza politica che aspiri ad un, seppur minimo, successo elettorale. E forse sarebbe meglio per tutti noi se si cominciasse a prenderne atto e a trarne le dovute conseguenze.
