In queste ore la coalizione politica che sostiene il Governo Meloni è ostaggio di sé stessa e dei propri ostruzionismi di maggioranza. Nel Parlamento in seduta comune non si riesce ad eleggere un componente della Corte costituzionale e in Commissione di vigilanza non si riesce a designare il nuovo presidente della RAI.
Ma quel che colpisce di più sono i nomi proposti per le due prestigiose cariche. Infatti, entrambi i candidati sono figli d’arte: Francesco Saverio Marini è figlio di Annibale, già presidente della Consulta nei primi anni Duemila; Simona Agnes è figlia del potentissimo Biagio, già direttore generale della RAI negli anni Ottanta.
Sia chiaro: i due candidati sono probabilmente persone preparate e competenti, degnissime di rivestire quegli incarichi. Ma la circostanza suscita un interrogativo: come mai gli incarichi di vertice del potere (politico, giudiziario e accademico), in Italia, sono sempre più frequentemente monopolizzati da caste dinastiche?
Da Giorgio La Malfa a Bobo e Stefania Craxi, da Mario Segni ad Alessandro Forlani, da Massimo D’Alema a Enrico Letta, da Piersanti e Sergio Mattarella a Raffaele Fitto, da Anna Maria Bernini a Eugenia Roccella, da Vincenzo, Romano e Ignazio La Russa a Rachele e Alessandra Mussolini. La politica è zeppa di esempi. Ma anche la magistratura non scherza: basti pensare che i De Magistris (di cui Luigi, ex sindaco di Napoli, è un esponente) sono stati tutti magistrati (bisnonno, nonno, padre e nipote). Se poi si vuole proprio esagerare, è sufficiente evocare Enrico e Cosimo Ferri: padre e figlio, entrambi magistrati e politici!
La vicenda di Marini e di Agnes, dunque, non è particolarmente originale, ma proprio per questo si rivela archetipica delle calcificazioni che bloccano il dialogo tra la società civile e le istituzioni del Paese. Queste istituzioni, infatti, sono ancora in larga parte soggette a forme arcaiche di notabilato, in cui si perpetuano, di generazione in generazione, sempre i soliti nomi. L’impressione sgradevole che se ne trae è di un malfunzionamento della nostra democrazia, visto che la selezione – che sia fatta con il metodo del concorso pubblico o con quello elettorale – vede arrivare ai vertici sempre i soliti nomi noti.
Il dubbio è che, seppur bravi, non si tratti davvero dei migliori, ma solo di quelli che – avendo avuto le migliori opportunità iniziali – sono partiti molto prima e molto più avanti di tutti gli altri, risultando, alla fine, irraggiungibili. E forse questo dovrebbe imporre una riflessione critica profonda – molto profonda – sul nostro sistema di giustizia sociale. Un sistema che non garantisce pari opportunità ai talenti, ma solo delle forme di assistenzialismo, tanto improduttivo quanto essenziale al pacifico mantenimento dello status quo.
Per ridare slancio e fiducia alla società italiana, forse si dovrebbe iniziare a ripensare questo sistema, liberando le articolazioni calcificate della nostra malconcia democrazia.
