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Liguria 2024: l’area centrista fallisce di nuovo

Ci sono due notizie: una buona e una cattiva. Quella cattiva è che il campo largo perde le elezioni anche in Liguria. Quella buona è che il campo largo perde ancora – dopo Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Molise nel 2023, Piemonte, Abruzzo e Basilicata nel 2024 – un’elezione regionale.

Un’ottima notizia è che il Movimento 5 Stelle si ferma sotto il 5% dei consensi elettorali. Un’altra eccellente notizia è il dimezzamento dei voti per Fratelli d’Italia (che, tuttavia, riesce a vincere lo stesso). Una pessima notizia è che l’Alleanza Verdi Sinistra tiene bene la scena, con un dignitosissimo 6,1%. La buona notizia è che il PD conquista, per manifesta e incolmabile superiorità, il podio di primo partito della Liguria, con il 28,4% dei voti. La cattiva notizia è che – nonostante questo ottimo risultato elettorale – il maggiore partito dell’area progressista è mal guidato e rimane ostaggio delle bizze nevrasteniche del M5S e del settarismo ideologico di AVS: se Conte, Bonelli, Fratoianni o Piccolotti pongono un veto, il PD immediatamente li asseconda per non irritarli.

E d’altra parte va pure detto che il PD, se vuole aspirare a vincere una tornata elettorale, ha l’esigenza di affiancarsi ad alleati che abbiano un seguito elettorale non irrilevante. E certamente l’ammucchiata che si è agglutinata attorno ad Azione (con ben due partiti repubblicani, i popolari di PER e qualche lista civica) non dà grandi garanzie: la loro unione, più che la forza, fa la debolezza. La somma dei loro voti è, infatti, pari ad un quasi irrilevante 1,7%, che non dà diritto neppure ad un seggio.

I capponi centristi – tutti intenti a beccarsi tra loro, come quelli di Renzo Tramaglino – dimostrano ogni giorni di più di non avere alcuna capacità attrattiva sugli elettori, per la semplice ragione che non si capisce chi siano e cosa vogliano. Sono totalmente privi di identità: mettono insieme liberali, repubblicani, monarchici, socialdemocratici, popolari, laici, confessionali, mazziniani, crociani, rosselliani, einaudiani, sturziani e malagodiani in una macedonia indigeribile anche per gli stomaci più corazzati. Il loro programma politico è un rompicapo senza soluzione: c’è chi mira a rifare il centro, chi è laico, chi è confessionale, chi è progressista e chi è conservatore. Alcuni giurano di non essere moderati; altri giurano il contrario: bugiardi o confusi? Si tratta, infine, di un raggruppamento che si nutre di ideali eterogenei e polverosi (i repubblicani), opachi (i popolari, ancora servitori di due padroni: lo Stato e la Chiesa), indecifrabili (come i sedicenti liberali, che riducono la politica all’amministrazione, dando ad intendere di non aver capito che politica e burocrazia non sono la stessa cosa). A fronte di tutto ciò, non schierano nemmeno dei leader. E quelli che pure ci potrebbero essere – simpatici o antipatici che siano – si fanno una ferocissima e inconcepibile guerra tra loro per problemi di natura personale, rivelando di non aver compreso che le relazioni politiche non sono relazioni personali e che gli esclusi rifluiscono nel campo avversario, portando là i loro voti.

La peggiore notizia, pertanto, è che l’area centrista – sedicente liberale, popolare e riformista – non decolla e non dà alcun contributo rilevante. E non è un problema di legge elettorale, né di schieramento. Anzi, nei casi in cui alle ultime regionali si è presentata da sola, è riuscita – malgrado i marchiani errori di scelta dei candidati (si vedano Moratti e Soru) – a ottenere risultati non molto diversi. A modesto avviso di chi scrive, dunque, la scarsa chiarezza identitaria, ideale e programmatica si salda con l’apparente inaffidabilità di chi ripete a raffica frasi ad effetto (mai con i 5 Stelle, mai con i populisti, mai con i sovranisti) e poi finisce, di volta in volta e a seconda delle convenienze, per fare fronte comune con le isterie del M5S, con i settarismi di AVS e con i sovranismi della destra più becera. E questa miscela di assenze (di chiarezza, di identità, di coerenza, di affidabilità) è una ricetta poco appetitosa, che non invoglia l’elettorato liberale, laico e progressista a recarsi alle urne per sostenere un progetto dichiaratamente privo di identità, ideali e organizzazione, evidentemente finalizzato solo a certificare l’esistenza in vita di qualche leader politico di terz’ordine.

 

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