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Leghismo e barbarie

Matteo Salvini è stato confermato segretario della Lega per acclamazione, essendo l’unico candidato a ricoprire quella posizione. La vicenda organizzativa e congressuale interna al partito di Via Bellerio rispecchia fedelmente i valori di riferimento della Lega sovranista.

Ateniesi e romani – universali maestri dell’arte della politica – non prevedevano che taluno assumesse incarichi pubblici per acclamazione. Ad Atene, al massimo, alcuni incarichi erano assegnati per estrazione a sorte; per tutto il resto la scelta delle magistrature avveniva attraverso il voto. E anche nella civiltà comunale medievale si procedeva con la conta dei voti. Il rito primordiale dell’acclamazione, infatti, è storicamente il retaggio del culto barbarico del capo: il guerriero più forte, più coraggioso, più feroce o più spregiudicato viene acclamato dagli altri guerrieri, in un rito che fa risuonare il clangore degli scudi percossi dalle spade e riduce all’assoluto silenzio, alla totale irrilevanza, i dissenzienti: se mai vi fosse qualcuno che non concorda, di costoro non sarà possibile conoscere il numero, né le ragioni. L’investitura per acclamazione nega in radice questa possibilità dialettica tra maggioranza e minoranza, arrivando a cancellare perfino l’esistenza di una minoranza.

Tale negazione è il riflesso condizionato di una cultura politica che vede nel pluralismo – e cioè nella divisione in fazioni (oggi diremmo in partiti o, dentro i singoli partiti, in correnti) – un pericoloso sintomo di disgregazione sociale. E che, pertanto, propone un modello di società monista, molto simile a quella immaginata dall’assolutismo francese: «une foi, une loi, un roi» (una sola fede, una sola legge, un solo re).

Il richiamo ad un solo culto giustifica non solo il tradizionalismo religioso esibito folkloristicamente da Salvini, ma anche il suo monismo sociale e la diffidenza (se non l’intolleranza) verso le minoranze. L’invocazione di una sola legge mira a contrastare il pluralismo delle fonti di produzione del diritto e, pertanto, a indebolire l’Unione europea, accusata di imporci regole contrarie ai nostri interessi nazionali. L’invocazione di un solo sovrano, oltre che saldarsi con la retorica antieuropea, stimola l’avversione per il pluralismo dei centri di potere (e quindi per la divisione dei poteri) e alimenta il culto dell’autoritarismo e la venerazione delle democrature, dove il leader accentra su di sé un gran numero di poteri. Tutto ciò giustifica anche l’apprezzamento per Trump e per il suo isolazionismo economico e politico: il tradizionalismo e il sovranismo esigono anche la chiusura dei mercati e il disimpegno verso la geopolitica.

A un esame meno superficiale, tuttavia, questo approccio è antinomico con alcuni cavalli di battaglia politici della stessa Lega. Battersi per una fortissima autonomia regionale (la cosiddetta autonomia differenziata) rischia infatti di scardinare seriamente l’unità e l’unicità dell’ordinamento giuridico, mandando a farsi benedire l’invocazione di una sola legge. E anche la “sovranità illimitata” (il cosiddetto sovranismo) dello Stato diventa un concetto fumoso e sfuggente se non ha modo di tradursi in una politica di potenza che implica la possibilità di ricorrere alle armi. Appare quindi grottesco vedere Salvini – per anni assertore del diritto di armarsi di ogni singolo cittadino (nel nome della legittima difesa), e poi strenuo difensore dei confini italici contro i barconi della speranza degli immigrati – sbracciarci contro il riarmo europeo. Questo inedito Salvini pacifista e antimilitarista, affiancato dal generale Vannacci e politicamente ispirato da Putin, è quanto di più scandalosamente contraddittorio e sudiciosamente ipocrita sia possibile trovare nel catalogo delle perversioni politiche. Ma a Salvini poco importa se i suoi argomenti neo-assolutistici valgano a giorni alterni o se essi siano in conflitto con le storiche battaglie politiche leghiste. Basta che funzionino come esche propagandistiche per fare abboccare gli elettori meno smaliziati!

Quindi, il tribalismo della Lega (in parte folklore e in parte struttura portante del partito) trova una piena corrispondenza nei valori di cui essa si fa latrice (tradizionalismo comunitaristico, monismo sociale e autoritarismo politico). Ma questi profili organizzativi e valoriali non sempre corrispondono alle politiche leghiste, spesso modellate opportunisticamente sugli interessi localistici dei loro bacini elettorali e, ancor prima, sulle esigenze di autoconservazione del gruppo dirigente della stessa Lega.

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