Il Ministro Salvini è fuori di sé: la Corte dei Conti ha appena imposto un arresto alla messa in opera del ponte sullo Stretto di Messina. Salvini parla di casta giudiziaria, di decisione politica e di ritorsione della magistratura contro la riforma riguardante la separazione delle carriere. Probabilmente l’intero Governo Meloni intonerà delle geremiadi vittimistiche sul diapason delle doglianze salviniane.
Ma lo sfogo di Salvini rivela due distinte questioni. Da una parte il tentativo di mescolare argomenti eterogenei in modo ingannevole. Dall’altra, il costante rifiuto del principio in virtù del quale il diritto è indipendente dalla politica e quest’ultima – benché possa incidere, modificandolo, sull’ordinamento giuridico – soggiace al dovere di rispettare le norme vigenti.
Il primo problema – la confusione mistificatoria di problemi distinti e distanti – riguarda lo pseudo-argomento della ritorsione della magistratura a causa della riforma sulla separazione delle carriere. Dubito che Salvini ignori che la riforma riguarda solo l’ordine giudiziario ordinario (i magistrati, cioè, che amministrano la giustizia civile e penale) e non le altre giurisdizioni. In altri termini: i magistrati amministrativi (TAR e Consiglio di Stato) e contabili (Corte dei conti) non sono neppure lambiti dalla riforma. Che ragioni avrebbero, dunque, per agire ritorsivamente contro il Governo? Salvini, dunque, mente.
Il secondo problema appare più grave del primo, anche perché porta alla luce un carattere ricorrente del Governo Meloni: l’insofferenza per il rispetto delle regole. È la stessa Costituzione repubblicana – in perfetta sintonia con i principi che governano la politica in tutte le democrazie liberali contemporanee – a imporre che l’attività di governo si svolga in base alle leggi e sotto il controllo (preventivo o successivo) delle magistrature. Lamentarsi di tutto questo significa rifiutare alla radice l’impianto della cultura democratica occidentale contemporanea. L’intolleranza per il rispetto delle regole vigenti, l’idea che la politica – intesa come la volontà, il capriccio, l’arbitrio del sovrano – debba in ogni caso imporsi a tutti e su tutto integra una concezione assolutistica e autoritaria della democrazia. Degna replica del modello putiniano o, nel suo piccolo, orbaniano.
