Il governo di Israele (e con lui i filo-israeliani radicali) ha oramai seri problemi a fare quadrare le sue ragioni con l’etica e il rispetto dei diritti umani: dopo le occupazioni illegittime in Cisgiordania e gli abusi su Gaza, pare che nelle ultime ore Israele abbia anche aggredito dal cielo la “Global Sumud Flottilla” degli aiuti umanitari destinati a Gaza. Tuttavia, anche i palestinesi e i loro sostenitori non scherzano. Se Sparta piange, Atene non ride. E in tutta la regione della Palestina stentano a trovare piena cittadinanza i diritti dell’uomo.
Poiché de minimis non curat praetor, tralascio le deplorevoli violenze gratuite dei “propal” nostrani nella manifestazione di Milano e vado subito al cuore del problema. La già menzionata “Flottilla” degli aiuti umanitari per Gaza è percorsa, al suo interno, da molte lacerazioni. In particolare, pare vi siano state contestazioni, da parte di alcuni componenti dell’equipaggio di fede islamica, contro la presenza di attivisti della comunità LGBTQ+. Il Corriere della Sera riporta le parole di alcuni filo-palestinesi a bordo della “Flottilla”. C’è chi dice che le scelte sessuali sono un questione privata e non possono toccare la società (e quindi il fenomeno religioso come dimensione pubblica e comunitaria). Perciò si nega (implicitamente) la possibilità che in uno stato palestinese possano essere riconosciuti i diritti rivendicati dagli attivisti LGBTQ+. D’altra parte qualcuno afferma esplicitamente che la questione palestinese è la causa dei musulmani e che, pertanto, è inseparabile dalla questione religiosa: il che vale a dire che tra sfera civile e sfera religiosa non c’è – né deve esserci – alcuna alterità.
Sono dichiarazioni riportate dalla stampa italiana da prendere con il beneficio del dubbio, sia chiaro. Ma se questo risultasse essere il pensiero largamente condiviso dai fautori dello stato palestinese, non illudiamoci che questo ente sovrano possa avere i connotati di una democrazia laica, liberale e pluralista. Non illudiamoci che uno stato simile possa riconoscere e garantire le libertà di tutti. È molto più probabile che assisteremo alla nascita dell’ennesima teocrazia islamica (o meglio: di una autocrazia cesaro-papista), più o meno autoritaria, dove alla generale assenza di libertà per molti (soprattutto per le donne) farà eco l’illimitata libertà di un gruppo di satrapi, che si impossesserà delle leve dei poteri pubblico e religioso (che saranno coincidenti) e che sarà insensibile verso l’etica dei diritti umani.
Lungi da me il voler impedire la nascita di uno stato palestinese indipendente (che invece è evidente che serva come l’aria per vivere). Né pretendo di imporre a tutti il modello liberaldemocratico (che stenta, attualmente, a godere di buona stampa perfino in Occidente). Però – mi si perdoni la franchezza – non gioisco per la costituzione di uno stato che ha inciso nel proprio DNA il principio di diseguaglianza tra uomini e donne, il disconoscimento delle libertà fondamentali eguali per tutti e la repressione dell’omosessualità, in nome di una fede religiosa che pretende di essere anche l’unica cultura, l’unico costume e l’unica legge. E che viene veicolata da un’ideologia profondamente antioccidentale e antisemita. E sia chiaro: non vorrei nulla di simile neppure se la religione di riferimento fosse un’altra. Israele, governato dai fondamentalisti ortodossi di destra, oggi non appare migliore di una teocrazia. E mi farebbe orrore anche un qualsiasi paese occidentale guidato dalle idee reazionarie e oscurantiste di un Charlie Kirk, di un Elon Musk o – si parva licet componere magnis – di un Roberto Vannacci.
