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Un’autorità politica per i social network?

Credo che l’opinione di Cacciari – di istituire una “autorità politica” di controllo dei social network – sia una colossale sciocchezza. Una deriva pericolosa per la libertà e il pluralismo dei media e per la garanzia di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

Non è forse un privato a decidere di divulgare sulle pagine di un giornale il Cacciari-pensiero e di non divulgare quello di altri? Non è forse un privato a darmi o negarmi accesso alle comunicazioni telefoniche? Non è forse un privato a stabilire se i miei scritti, o le mie musiche, o i miei film possano essere pubblicati?

Questa “autorità” di cui favoleggia Cacciari sarebbe abilitata a decidere se lo “scemo del villaggio” abbia diritto ad avere due colonne sul Corriere? Oppure dovrebbe solo autorizzare la “censura” dei suoi post sui social?

Ma, considerando le migliaia di castronerie (sessiste, razziste, violente, pornografiche, ecc.) che vengono pubblicate ogni giorno da noi “scemi del villaggio”, non crede Cacciari che questa “autorità” si troverebbe travolta dai ricorsi e dalle segnalazioni dopo meno di una settimana? E non crede che, nell’impossibilità materiale di decidere in tempo reale, una tale “autorità” sarebbe, di fatto, inutile? Si rende conto Cacciari che la velocità della comunicazione sui social network impone interventi rapidissimi? Altrimenti – allorché un post è andato online, con condivisioni e rilanci – è illusorio pensare di aver risolto il problema ordinandone la cancellazione dopo una settimana. Per essere efficaci, occorre intervenire entro le 24 ore dalla pubblicazione e – se il soggetto è un pubblicatore seriale di porcherie – non c’è altro modo di neutralizzarlo che sospendergli (o cancellargli) l’account.

Crede, forse, Cacciari che per evitare l’ennesima “autorità”, l’ennesimo apparato destinato alla paralisi o al cronico ritardo sia necessario limitarne l’operatività e gli interventi ai soli “soggetti politicamente sensibili”? E per questa via non crede Cacciari che si creino cittadini di serie A (i politici, a cui non si può impedire di scrivere qualunque sciocchezza, se non dopo l’intervento dell’autorità) e cittadini di serie B (tutti gli altri, per i quali invece non vi saranno garanzie e “autorità” a difesa del loro “diritto alla scemenza”)? E, poi, la comunicazione commerciale dei “soggetti economicamente sensibili” (come le grandi imprese) dovrebbe ricadere sotto la lente di questa “autorità”? O sarebbe di competenza di altre autorità?

Ma, dopo questa raffica di dubbi, veniamo alle questioni serie.

Non sarebbe meglio scrivere una disciplina – applicabile a tutti, senza distinzioni tra politici, cittadini, imprenditori, ecc. – delle modalità con cui il gestore può sospendere o cancellare un utente dal servizio e prevedere i rimedi (giudiziari e non politici) contro i possibili abusi dello stesso gestore?
Siamo sicuri di volere un organo di controllo sui social sul genere della Commissione di vigilanza RAI?

Vogliamo trasformare i social network privati in un carrozzone para-statale lottizzato dai partiti?

Non crede Cacciari che una “autorità” (politica) possa subire il condizionamento del potere (politico) più di un colosso economico privato (con conseguenti distorsioni e diseguaglianze nell’applicazione delle regole)?

Non è da oggi che il diritto per i nemici si applica e per gli amici si interpreta!

Ma temo che questa idea di Cacciari solletichi molto le fantasie dei politici, così come quelle di molti privati cittadini, desiderosi di sapere che sia lo Stato – e non un privato – a controllare (e a censurare) le loro chiacchiere. Credo che quello di Cacciari sia un approccio profondamente sbagliato, ma dubito che la mia opinione troverà largo seguito.

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