«Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.» (Art. 11 Carta dei diritti fondamentali dell’UE)
La libertà di espressione che ci è riconosciuta implica che nessuno possa impedirci di manifestare le nostre opinioni, ma non impone agli altri il dovere di diffonderle.
Si può imporre al direttore di un grande quotidiano – che lo ritenga contrario alla propria linea editoriale – di dare spazio alle mie idee? Si può imporre ad un grande editore – che ne ritenga inopportuna la pubblicazione – la stampa di un mio libro? Si può imporre ad un network radiofonico o televisivo – che non intendano darmi visibilità – una trasmissione condotta da me? No, non lo si può imporre. E una volta che mi sia stato accordato, si può imporre (al direttore, all’editore o al network) di mantenere lo spazio che mi è stato messo a disposizione? No, non lo si può imporre.
Se questo vale per me, vale – deve poter valere – per chiunque.
Perché a fianco della libertà di espressione è garantita anche la libertà dei media e il loro pluralismo. Questa – ancora più della libertà di espressione del pensiero – è la massima garanzia contro la tendenziale pervasività del controllo dell’informazione da parte del potere politico.
Se un direttore, un editore o un network non ritengono di dare spazio ad alcune opinioni non le stanno censurando – perché la censura è una forma di controllo del pensiero da parte del potere pubblico –, ma stanno soltanto selezionando ciò che ritengono conforme alle loro scelte editoriali. E possono anche escludere dai loro spazi il Presidente degli USA (fatta salva l’esistenza di norme che impongano, in via generale e astratta, a tutti i media la pubblicazione dei messaggi istituzionali del Presidente).
Ora, vista la rilevanza che hanno assunto oggi i social network in internet, è senz’altro opportuno che la politica ridefinisca il quadro delle regole in cui si svolge la loro attività, soprattutto se si tratta di attività esercitata in condizione di monopolio (perché si versa in un caso di assenza di pluralismo dei media). Ma non è affatto opportuno che – in assenza di un monopolio – la politica imponga al gestore di una piattaforma social di mantenere attivo un ospite sgradito. Perché questa sarebbe una violazione della libertà dei media di selezionare – a loro discrezione – i contenuti a cui dare spazio e visibilità. Ritengo, dunque, che la politica debba disciplinare il modo in cui l’ospite sgradito può essere messo alla porta (con particolare attenzione alla tutela dei suoi dati personali, ad esempio), ma che, al contempo, non possa limitare la libertà del gestore nello stabilire in quali circostanze e a quali condizioni ammettere o escludere un ospite.
