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Il pubblico esercizio del pubblico potere

«Nello stato autocratico il segreto di stato non è l’eccezione ma la regola: le grandi decisioni politiche debbono essere prese al riparo degli sguardi indiscreti di un qualsiasi pubblico. Il più alto grado del potere pubblico, del potere cioè di prendere decisioni vincolanti per tutti i sudditi, coincide con la massima concentrazione della sfera privata del principe».

Così scriveva nel 1980 Norberto Bobbio [oggi riprodotto in Il futuro della democrazia, Torino, 1995, p. 96], senza sapere che 40 anni dopo un Presidente del Consiglio della Repubblica italiana avrebbe tentato di privatizzare il potere pubblico con l’estromissione del Governo dalla gestione del più ampio budget messo a disposizione dell’Italia sin dai tempi della sua costituzione in stato unitario. I circa 200 miliardi di euro del Next Generation EU, secondo Giuseppe Conte, dovrebbero essere infatti amministrati da una “piramide” composta dallo stesso Presidente del Consiglio, dal Ministro dell’Economia e dal Ministro dello Sviluppo Economico, da sei manager e da trecento tecnici. Ho già avuto modo di scrivere, qualche giorno fa, che questo metodo introdurrebbe l’ennesima torsione della legalità costituzionale, sottraendo al Parlamento e al Governo (e dunque alla generale verificabilità dell’azione politica da parte dei cittadini) la gestione del denaro pubblico. E concludevo dicendo che al principio democratico (di diritto pubblico) della trasparenza delle decisioni si sarebbe sostituito il principio plutocratico (di diritto privato) della loro riservatezza.

Riprendo, a questo punto, le parole di Bobbio, per ricordare – prima di tutto a me stesso – che la democrazia è «il governo del potere pubblico in pubblico», laddove per pubblico si intendono due cose distinte: il contrario di privato (inteso come interesse “particolare”) e il contrario di riservato (inteso come “segreto”). Esercitare il potere pubblico in pubblico significa, in sostanza, che il potere di curare interessi generali (cioè non particolari) deve essere esercitato in modo (per quanto possibile) palese (cioè non segreto). La riservatezza degli atti del potere pubblico, infatti, per quanto sia inevitabile (si pensi alle indagini della magistratura o alle attività diplomatiche o di intelligence) in uno stato democratico è confinata, anche temporalmente, in un perimetro ristretto determinato espressamente dalla legge. Quel poco che – nell’interesse di tutti – deve essere segreto, non può esserlo per sempre. Altrimenti verrebbe meno uno dei presupposti della democrazia: la libertà di discutere (e di criticare, pure aspramente) gli atti del governo. E si capisce che, per poter criticare un governo, si devono poter conoscere i suoi atti.

L’opacità degli atti di governo è, dunque, l’anticamera dell’intrigo, della congiura, della cospirazione e, in ultima istanza, del colpo di stato. E per questo ha ragione Matteo Renzi nel denunciare la “gestione padronale” del Recovery Fund da parte di Conte. E fa bene a minacciare, per scongiurare la privatizzazione della gestione di tali fondi, la crisi di governo. Renzi, dopo la batosta del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ha compiuto scelte che io reputo errate. Ma devo riconoscere che la sua è sempre stata una visione lucida, perché ha chiara la logica – dominata dalla prevalenza del “pubblico” sul “privato” – del funzionamento della democrazia. Una logica che molti, per nostra disgrazia, stentano a comprendere.

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