Nelle ultime ore Giuseppe Conte ha illustrato il suo progetto di una «tecnostruttura» – composta da 6 tecnici e una task force di 300 persone – per amministrare i 209 miliardi attesi dall’Unione Europea e coadiuvare un collegio ristretto formato dallo stesso Presidente del Consiglio, dal Ministro dello sviluppo economico e da quello dell’economia. Questa trimurti – formata dallo stesso Giuseppe Conte, da Stefano Patuanelli e da Roberto Gualtieri – ricorda vagamente il Consiglio di Gabinetto (creato dalle prassi dei Governi Craxi e poi codificato con la L. 400/1988). A differenza, però, del Consiglio di Gabinetto – che presta ausilio al Presidente del Consiglio nell’esercizio delle sue prerogative di direzione e coordinamento della politica del Governo, attribuitegli espressamente dall’art. 95 Cost. – questo collegio trinitario sembrerebbe avere penetranti poteri di decisione, sostituendosi completamente ai singoli ministri nella gestione del Next Generation EU (meglio noto come Recovery Fund).
Perciò già il solo annuncio di questa architettura ha sollevato molte (fondate) critiche. Perché questa tecnostruttura sarebbe l’ennesima, pletorica assemblea di tecnici (o sedicenti tali) che si andrebbe a sovrapporre – in pieno conflitto di attribuzioni – ai ministeri, esattamente come tutte le altre task forces formate durante il 2020 per fronteggiare la pandemia (con la goffaggine, i ritardi e gli esiti tutt’altro che trionfali che ben conosciamo). In più, questo organismo di gestione (formato da 3 ministri, 6 manager e 300 tecnici) sembra esautorare anche il Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE), istituito con la L. 11/2005 e oggi disciplinato dalla L. 234/2012. Insomma, l’idea di Conte – a non voler pensare male – sembra essere il solito pastrocchio istituzionale generato dalla sovrana incompetenza di questa classe dirigente.
Se, invece, si esamina la vicenda con un pizzico di malizia, non è difficile comprendere che la presenza dei 6 manager e di una task force di 300 tecnici potrebbero rappresentare l’ennesima – pianificata e perseguita – torsione del nostro ordinamento costituzionale verso una gestione squisitamente privatistica della cosa pubblica. I 6 manager – tratti molto probabilmente dai vertici delle aziende partecipate dallo Stato – gestirebbero il Recovery Fund come un asset aziendale, in un’ottica di puro profitto e, probabilmente, destinerebbero a favore delle aziende da loro amministrate una quantità di fondi che potrebbe essere più utile investire altrove. A loro volta, i 300 membri della task force darebbero l’illusione della collegialità e del pluralismo – di pura facciata e privi di sostanza reale – alle decisioni assunte privatamente dai 3 ministri e dai 6 manager.
In ogni caso, se fosse davvero varata questa «tecnostruttura», saremmo di fronte all’ennesimo “strappo” costituzionale consumato da questo Governo.
Come già avevo avuto modo di argomentare opponendomi allo scriteriato taglio dei parlamentari, avallato dal referendum costituzionale dello scorso 20 settembre, si riducono progressivamente le funzionalità e la centralità politica degli organi costituzionali (le Camere e i Ministeri) nel nome del risparmio, ma si buttano soldi per moltiplicare i comitati e i collegi tecnici (le task forces) destinati a sostituirsi agli organi politici. Con la differenza che tutto quel accade in Parlamento è verificabile da chiunque (perché ogni attività avviene alla luce del sole), mentre tutto quel che accade nei consessi tecnici è riservato (e non immediatamente accessibile ai cittadini).
Al principio democratico (di diritto pubblico) della trasparenza delle decisioni, insomma, si sostituisce il principio plutocratico (di diritto privato) della riservatezza delle decisioni. Con il rischio che dopo gli “avvocati del popolo” entrino in scena gli avvocati d’affari.
