Esattamente un secolo dopo l’introduzione della legge antitrust negli USA (lo Sherman Act del 1890), il 10 ottobre 1990, con la legge n. 287, anche l’Italia adotta, per la prima volta nella sua storia, una disciplina antitrust.
La legge italiana – dopo oltre trent’anni di progetti abortiti – vide la luce in gravissimo ritardo rispetto al grado di sviluppo economico del Paese. Tutti gli altri stati europei, infatti, si erano già da decenni dotati di regole pro-concorrenziali. E il Trattato delle Comunità europee aveva svolto un ruolo di supplenza nel disciplinare le posizioni dominanti (vietandone gli abusi) e le intese restrittive della concorrenza. Nel 1989, inoltre, sempre la Comunità adottò un regolamento per la disciplina delle concentrazioni (vietando quelle anti-concorrenziali).
La legge 287/1990 si limitò a “importare” la disciplina comunitaria, imponendone l’applicazione al mercato interno. A presidio del rispetto delle regole antimonopolistiche venne istituita l’AGCM, dotandola di poteri piuttosto penetranti di indagine e repressione delle condotte vietate. Inoltre, l’AGCM ebbe il compito di autorizzare o vietare preventivamente gli atti di acquisizione e/o fusione societaria capaci di dar vita a concentrazioni tali da influire sul gioco della concorrenza.
Indubbiamente, il varo della disciplina antitrust rappresentò un atto di fiducia nel pluralismo del mercato e negli effetti benèfici – per il miglioramento dei prodotti e dei processi produttivi e per la tutela e la convenienza dei consumatori – della concorrenza. Purtroppo, a mio avviso, la normativa divenne operativa allorché si stava profilando il “terremoto” economico che avrebbe portato il Paese allo shock del 1992. L’apertura dei mercati dell’Europa dell’est dopo il crollo dell’Impero sovietico, lo sconquasso dei conti pubblici italiani, gli alti tassi di inflazione che rendevano costoso il ricorso al credito per le imprese italiane, la firma del Trattato di Maastricht, la partecipazione agli Uruguay Round (il WTO) del 1994, il contemporaneo collasso del sistema politico (decapitato da Tangentopoli) e la necessità di risanare il debito pubblico facendo ricorso a scriteriate privatizzazioni, furono tutte tessere di un mosaico che si mostrò nella sua interezza solo un decennio più tardi.
Temo che la sinergia creatasi tra la normativa antitrust, la cultura della “fabbrichetta” (tradotta, negli anni Novanta, nello slogan “piccolo è bello”), lo “spezzatino” dei colossi industriali pubblici imposto dalle privatizzazioni, abbiano provocato i guasti del nanismo da cui è affetto il sistema produttivo italiano. Un sistema ancora oggi incapace di dar vita a realtà imprenditoriali che oltrepassino la sfera famigliare e che siano in grado di affrontare ingenti costi di R&D per creare prodotti ad alto contenuto tecnologico, che siano, al contempo, sostenibili, competitivi e apprezzati dai consumatori.
La crisi indotta dalla pandemia, con il ricorso al Recovery Fund e l’allentamento dei vincoli del fiscal compact, può essere l’occasione per traghettare il nostro tessuto imprenditoriale verso una nuova convergenza con il resto del mondo economicamente avanzato. Occorre governare questa delicatissima fase con maggior consapevolezza. Il Governo Conte ne sarà capace? Abbiamo una classe dirigente all’altezza? Sapremo esibire le necessarie doti di pragmatismo? Purtroppo non sono incline all’ottimismo.
