Credo che il recupero, l’attualizzazione e il rilancio della cultura azionista – quel tentativo di sintesi tra istanze di valorizzazione dell’individuo di stampo squisitamente liberale e una laica sensibilità sociale per la condizione degli ultimi, delle minoranze, degli sfortunati, di ascendenza tipicamente socialista – non possa prescindere dal magistero civile e politico di Piero Calamandrei (Firenze 1889 – 1956).
Non è superfluo premettere che, nel parlare di magistero politico, ci sia, se si vuole, una nota apparentemente paradossale: Calamandrei non solo non era un politico, ma spregiativamente qualificava “politicanti” coloro che vivevano di politica. Ma – ricordando gli anni dell’instaurazione della dittatura fascista e l’esperienza del giornale clandestino «Non Mollare» – egli stesso scriveva che «l’apparizione del fascismo risvegliò in molti italiani fino a quel tempo rimasti estranei ai partiti, il senso del dovere politico. Prima della guerra era largamente diffuso tra gli uomini di cultura il pregiudizio che la politica fosse un’attività di ordine inferiore, da sfaccendati o da faccendieri: e anche dopo la guerra i giovani migliori, appena smobilitati, si erano ridati a corpo morto ai loro studi, per riguadagnare gli anni perduti. Ma quando lo squadrismo incominciò a insanguinare le piazze e le campagne d’Italia, gli spari all’angolo della via e il bagliore delle camere del lavoro incendiate costrinsero anche gli appartati nelle biblioteche ad alzare la testa dai libri e ad affacciarsi alla finestra. E per una quantità di gente senza partito il problema politico si impose coll’urgenza di un problema morale, che riproponeva ad ogni galantuomo il dovere civico di assumersi la sua parte di responsabilità di fronte ad un rigurgito di violenza criminale che minacciava di distruggere le basi della civiltà».
Calamandrei era un giurista ed è impossibile afferrarne il pensiero politico senza conoscere le sue opere giuridiche; soprattutto quelle della piena maturità, in cui affronta i temi della legalità, della libertà e della giustizia.
Particolarmente importante è il suo saggio del 1945 – L’avvenire dei diritti di libertà – dove espone lucidamente una concezione che, benché legata a doppio filo alla tradizione liberale, supera sia il liberalismo classico sia la tradizione democratico-mazziniana. E si richiama da vicino alle idee di Carlo Rosselli e di Gaetano Salvemini (insieme ai quali aveva condiviso l’esperienza del Non mollare!).
Per il giurista fiorentino la libertà è sia un fine in sé, sia un mezzo per il compiuto svolgimento della personalità dell’uomo. E ai diritti di libertà (che impongono allo Stato il dovere di astenersi dall’interferire in alcune attività umane) affianca i diritti sociali (che impongono allo Stato il dovere di attivarsi per rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettivo godimento dei diritti di libertà da parte di tutti). Si tratta dei diritti allo studio, alla salute, alla sicurezza sociale, all’accessibilità della giustizia. E rappresentano la condizione per garantire ragionevoli ed equivalenti opportunità a tutti, senza distinzioni di condizioni economiche e sociali. Questi diritti compongono la spina dorsale della giustizia sociale. Che non è pura enunciazione di eguaglianza formale, né egualitarismo materiale, ma è il tentativo di valorizzare i talenti e le differenze individuali dando a tutti, per quanto possibile, le stesse opportunità di partenza.
Queste idee sono penetrate profondamente nella carne e nel sangue della nostra Costituzione, di cui Calamandrei fu uno dei principali redattori e dei primissimi esegeti e divulgatori. Ma Calamadrei – consapevole della difficoltà di attuare concretamente i diritti sociali – aveva chiaro che «l’apparizione dei diritti sociali nelle Costituzioni è, più che il punto d’arrivo di una rivoluzione già compiuta, il punto di partenza di una rivoluzione (o di una evoluzione) che si mette in cammino».
Da queste parole trapela, ancora una volta, la continuità tra il pensiero di Calamandrei e quello di Carlo Rosselli. La conquista dell’emancipazione dell’uomo dal suo stato di minorità costituisce un cammino, una perpetua trasformazione: «non si nasce, ma si diventa liberi».
Il cammino sembra essersi interrotto da molti anni e il sentiero appare smarrito. Per ritrovare la strada occorre riscoprire Calamandrei e la sua attualità.
