Un processo è un rito che si celebra con pubblica solennità, come una funzione religiosa in cui ogni dettaglio ha al contempo due valenze: una simbolica e una pratica. Non è casuale che il giudice si trovi sul fondo dell’aula, al centro e in posizione rialzata, di fronte all’accusa e alla difesa (tra loro affiancate). E non è casuale che dinanzi al giudice, al pubblico ministero e alla difesa sfilino – uno dopo l’altro – i testimoni, i periti e le stesse parti. Il loro esame incrociato deve svolgersi sotto gli occhi di tutti. E il giudice deve, prevalentemente, ascoltare e osservare. Ascoltare le voci, il modo in cui raccontano le vicende a cui hanno assistito o di cui sono state protagoniste. E di quelle voci osservare i corpi e le loro movenze.
La valutazione sull’attendibilità di una deposizione si ricava specialmente dall’osservazione del contegno tenuto dal testimone nel corso dell’esame. I testimoni, i periti, le parti stesse – trovandosi al centro della scena, con gli occhi di tutti puntati addosso – si emozionano. Il dibattimento è pubblico, e nelle aule di giustizia si assiepano molte persone. Anche i soggetti più spavaldi, in quelle condizioni, perdono la loro baldanza e si rendono conto che una menzogna, una reticenza, una titubanza o anche solo una dichiarazione inappropriata possono condizionare l’esito del processo e cambiare la loro vita. Anche perché il processo, per le parti, è una vicenda che reca con sé dolore e angoscia: l’imputato innocente freme perché trionfi la giustizia e venga proclamata la sua estraneità ai fatti; la vittima freme perché trionfi la giustizia e il colpevole venga condannato; l’imputato colpevole freme perché la giustizia – se proprio deve trionfare – mostri il suo volto benigno e gli riservi una condanna mite.
In un’aula di giustizia, allorché si celebra un processo, la tensione è palpabile. Anche i magistrati e gli avvocati più esperti sentono il peso della loro funzione. Quel peso che è, appunto, rappresentato dalla toga che indossano.
Un processo è la cornice che racchiude l’affresco di un episodio della vita. Ma è un affresco che deve risolversi con una condanna o con una assoluzione. Chi vorrebbe mai assumersi la responsabilità di un simile compito – quello di giudicare – senza poter esaminare personalmente, a distanza ravvicinata, la voce, le parole, le posture, i gesti e gli sguardi delle parti, dei testimoni, dei periti e – perché no? – del pubblico ministero e degli avvocati? Chi vorrebbe mai esprimere un giudizio senza poter cogliere – nell’atmosfera incandescente data dalla compresenza di tutti i protagonisti del dramma – i segnali trasmessi dal contegno di ciascun personaggio che si muove sulla scena?
Chi potrebbe assumersi serenamente il carico gravoso di un giudizio di colpevolezza dell’imputato dopo aver assistito ad una sfilza di dichiarazioni rese fuori dal contesto dell’aula di giustizia e proiettate – con primi piani magari anche un po’ sgranati – sullo schermo di un computer? Chi?
