Partiti senza pensiero.
I partiti politici italiani, oggi, hanno grandi carenze culturali e alcuni di essi sono completamente privi di retroterra e, spesso, anche di un orizzonte da scrutare dinnanzi a sé. Movimenti politici senza passato e senza futuro, che abitano un’epoca che impone velocità e spettacolarità all’azione: ogni questione è urgente e postula una soluzione sensazionale, che faccia notizia. Ma per essere veloci e spettacolari occorre scivolare sul pelo dell’acqua, senza soverchie concessioni all’approfondimento e alla riflessione.
La democrazia rappresentativa – fondata sui tempi lunghi della discussione parlamentare e sul rispetto delle minoranze – a molti appare come un rudere, goffo e rugginoso, al cospetto di un qualsiasi scintillante e più duttile regime autoritario, in grado di garantire la prontezza delle decisioni. Poco importa se le decisioni così assunte possano risultare, alla resa dei conti, incoerenti, miopi o, peggio, apertamente dannose. L’importante è decidere subito, perché se ne sente la necessità e l’urgenza. E questa permanente urgenza fa riemerge – dall’abisso in cui la storia l’aveva momentaneamente costretta – la dottrina dello “stato di eccezione”, che consente la deroga al principio di legalità, attribuendo la titolarità e l’esercizio della sovranità proprio a chi decide su tale “stato di eccezione”.
Ritornano, in forme nuove, le lettere di cachet: prima della Rivoluzione francese il sovrano – con una sua missiva – poteva privare chiunque, a suo capriccio, della libertà personale, senza alcuna garanzia giurisdizionale per il malcapitato. Al giorno d’oggi – tanto per dire – un ministro può ordinare la chiusura a tempo indeterminato dei porti italiani ad una nave della marina italiana – privando della libertà personale chi è su quella nave (e quindi è già su territorio italiano e non è libero di andare altrove) – in barba alla doppia garanzia della riserva di legge e della riserva di giurisdizione che la Costituzione espressamente prevede. E quando quello stesso ministro sottolinea la piena legittimità della propria azione (incostituzionale), dichiarando di dover difendere i confini nazionali in pericolo, risorge la spettrale dottrina dello “stato di eccezione”.
Ritenere tutto ciò normale è il sintomo della perdita di contatto con i nostri formanti culturali dell’illuminismo e del costituzionalismo.
E anche il culto dell’inquisizione, del processo penale come supplizio, è un sintomo di regressione, di imbarbarimento. È un pericoloso balzo indietro: dal post-moderno al pre-moderno. La causa e, nel contempo, l’effetto di tutto ciò è che dietro la pratica politica non esiste più un pensiero politico, ma solo personaggi televisivi, youtubers e influencers. E televisione e social network impongono il loro linguaggio, i loro tempi, le loro esigenze: velocità e spettacolarità. E si cavalca il senso comune, benché privo di buon senso.
Non esistono più luoghi deputati alla discussione, al concepimento e alla elaborazione delle idee: niente scuole politiche, niente riviste, niente convegni. Nulla, fuorché la tivvù e i social network. Dove, nella migliore delle ipotesi, alcuni partiti autocelebrano le loro (asserite) competenze tecniche, come se il solo know how fosse sufficiente a indirizzare l’azione politica verso uno scopo. Come se la competenza tecnica potesse supplire al deficit di cultura politica e costituzionale. Come se l’homo habilis potesse surclassare l’homo sapiens sapiens.
L’indirizzo politico di un partito è un problema culturale, anzi: antropologico. Riguarda, infatti, la concezione dell’essere umano e della società in cui esso vive e produce lo sforzo di immaginare il futuro provando a renderlo attuale.
Lo smarrimento della cultura politica che – negli ultimi venticinque anni – ha, dove più dove meno, riguardato tutti i partiti italiani si manifesta nelle continue e repentine metamorfosi che occorrono ad ogni cambio di leadership: il partito non forma più una classe dirigente, ma è la classe dirigente a piegare il partito alle proprie esigenze del momento. Si finisce così per prescindere da qualsiasi cultura politica e ci si affida alla personalità del leader, il cui carisma si misura sulla capacità di agglutinare attorno a sé il consenso popolare, rincorrendo gli elettori su terreni scabri.
Ma io credo che debba essere invertita questa tendenza e che i partiti non possano e non debbano ridursi a semplici comitati elettorali, in funzione dell’ambizione di questo o di quel leader, ma debbano essere organizzazioni per l’elaborazione di un pensiero. Questa conclusione mi pare confortata anche dalla lettura della nostra Costituzione, che all’art. 49 dispone che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Con ciò intendendo che non sono (anzi: che non devono essere) i “capi politici”, i “capi carismatici”, i “capitani” o gli “uomini del destino” a determinare l’indirizzo politico del Paese, ma sono (e devono essere) organizzazioni democratiche di liberi individui, associati tra loro. E proprio quell’associarsi deve intendersi come l’aggregarsi per una finalità ideale, per la condivisione di un progetto, di una visione del futuro, di una cultura. Altrimenti si rischia di non produrre un partito, ma un meccanismo volto a perseguire un profitto privato, come una società commerciale o un’associazione a delinquere.
La forza del «pensiero debole».
Una volta stabilito che un partito non deve avere un valore di puro consumo – cioè non deve solo essere funzionale rispetto alle esigenze di raccolta del consenso di questo o quel gruppo dirigente – occorre comprendere quale sia oggi la reale difficoltà di individuare valori culturali non transitori. Se, infatti, velocità e spettacolarità sono le due caratteristiche che la nostra epoca esige dall’azione politica, la virtù più apprezzata è quella della novità. E la novità è completamente sganciata dall’idea che il nuovo sia il superamento – in un’ottica di avanzamento progressivo, di miglioramento – dell’esperienza passata; la novità non ha relazione con il passato, ma è semplicemente qualcosa di diverso. E questa ottica è valida sia per un prodotto di consumo sia per una proposta politica, come dimostra la velocità con la quale si creano e si distruggono partiti e leader, che non sono affatto il superamento, il miglioramento di quelli preesistenti. Sono solo «volti nuovi».
La difficoltà insita in questa perpetua e istantanea combustione di ogni novità che caratterizza la post-modernità è quella di rintracciare delle stabili fondamenta sulle quali erigere una cultura politica destinata ad un futuro non effimero. Il compito appare estremamente arduo, visto che anche il pensiero politico soffre – come tutto il pensiero contemporaneo – della scomparsa della fede nelle verità assolute. Ciò nonostante, seppure privo di immutabili e universali fondamenta, il pensiero politico contemporaneo non galleggia nel vuoto, ma si appoggia sul perpetuo divenire, sul permanente conflitto dialettico, sul continuo travolgimento di ogni verità assoluta divenuto, esso stesso, verità assoluta e fondamento.
Se il fondamento della politica contemporanea è il perpetuo movimento dialettico, questo, a sua volta, è il prodotto dello scontro di distinte e concorrenti aspirazioni di conquista del potere. Ciascuna delle quali nutre il desiderio di imporsi sulle altre senza annientarle, giacché l’annientamento della pluralità delle posizioni in gioco metterebbe fine a quella dialettica che è il presupposto della loro vita.
Il definitivo tramonto di ogni immutabile verità assoluta – il cui posto è preso proprio dalla perpetua messa in discussione di ogni verità assoluta – ha il pregio di spezzare il legame tra verità e violenza: la certezza di possedere la verità assoluta è storicamente stata la più grande promotrice dell’intolleranza tra gli uomini, giustificando il calpestamento della dignità e della libertà dei singoli. Il tramonto della verità assoluta, viceversa, rappresenta la fine del «pensiero forte», monista e autoritario, e l’atto di nascita del «pensiero debole», pluralista e antiautoritario, e segna il passaggio «dal dominio alla libertà, dall’autoritarismo alla democrazia». Questo passaggio è segnato anche dalla fine delle grandi visioni politiche della modernità, nelle quali la storia dell’umanità aveva un fine, e dalla comparsa di una cultura politica post-moderna, che si sottrae al fascino dell’assolutezza finalistica della narrazione e si riorganizza in tante narrazioni minori, prive di forza assorbente totale ed esclusiva.
Questo «pensiero debole» partorisce partiti politici post-ideologici, privi di una cultura in grado di proporsi come verità assoluta. E ciò comporta il rischio di sconfinare nell’eccesso opposto, dove il «pensiero debole» è soppiantato dall’assenza assoluta di pensiero. È proprio in questa latitanza del pensiero che si annida il baco che rode la post-modernità: ritenere che l’unico strumento di conquista del potere sia una (asserita) competenza tecnica. Da qui la nascita dei partiti “del fare” o “dell’onestà”. Tutti esempi di organizzazioni politiche che si presentano come il superamento delle vecchie contrapposizioni ideologiche e che si legittimano quasi esclusivamente in base alla tecnica con cui si propongono di governare la cosa pubblica. Il merito – e soprattutto la coerenza – dei loro intendimenti resta in secondo piano. Ai cittadini, di cui chiedono il voto, arrivano prevalentemente alcuni slogan propagandistici e uno o due punti (ipersemplificati) di programma: la riduzione delle tasse, il reddito di cittadinanza, la difesa dei confini della Patria, la tutela delle identità. Ma dietro gli slogan non c’è alcuna interpretazione dell’uomo, non c’è alcuna visione del mondo, non c’è alcun pensiero (per quanto debole esso possa essere).
E così – tra la ricerca spasmodica della novità, il tramonto delle ideologie universalistiche e il prevalere del valore della tecnica su quello del pensiero politico – a cittadini sconfortati e disillusi può accadere di smarrire completamente il senso dell’orientamento e di affidarsi al primo volto nuovo, in grado di accreditarsi illusionisticamente come portatore di un «pensiero forte». Con il rischio di scoprire troppo tardi che il suo pensiero ha la forza dell’evanescenza, malgrado il seccante autoritarismo dei suoi metodi di governo.
Libertà. Eguaglianza. Dignità.
Per superare i rischi (messi in luce nei precedenti paragrafi) di una politica contraddittoriamente ossessionata dalla passione per novità, velocità e spettacolarità e – nel contempo – dal culto nostalgico del “pensiero forte”, può essere opportuno recuperare ciò che, delle culture politiche del recente passato, conserva i tratti della “permanente novità”. Si tratta di cogliere l’essenzialità di tali culture e misurarne la rispondenza alle esigenze attuali dell’essere umano, oltre che la loro reciproca compatibilità all’interno di una proposta unitaria e omogenea. Principalmente si tratta delle culture liberale, socialista e popolare (diretta derivazione dalla dottrina cristiano-sociale), tutte figlie della modernità.
L’essenza della cultura liberale è costituita dal valore delle libertà individuali che rendono l’uomo padrone di se stesso e delle proprie scelte. Tutti gli uomini nascono egualmente liberi, ma allo stato di natura la loro libertà e la loro stessa incolumità sono permanentemente a rischio. Per scongiurare questo permanente stato di guerra di tutti contro tutti, gli uomini, per mantenere la propria libertà, escono dallo stato di natura e costituiscono la “società”, che è il frutto spontaneo delle azioni individuali ed autonome di tutti i consociati. E i pubblici poteri – costituiti al solo fine di salvaguardare la sicurezza e le libertà del singolo – devono astenersi, per quanto possibile, dall’intervenire in questo reticolo di relazioni tra liberi individui, se non allorché vi sia un attentato alla sicurezza o alla libertà di qualcuno.
Essenziale per il socialismo è il riconoscimento dell’eguale valore di tutti gli uomini e il rifiuto di una “società” edificata ad opera degli impulsi egoistici dei singoli e, di conseguenza, ferocemente ostile a chi soccomba nella competizione per l’appropriazione delle risorse spirituali e materiali. In questa prospettiva, il socialismo persegue la giustizia sociale, per emancipare tutti gli esseri umani dalla miseria morale e materiale, e pretende di costruire – con il penetrante intervento dei pubblici poteri – una società in cui lo sviluppo di ciascuno sia la condizione per lo sviluppo di tutti. La libertà individuale, nella cultura socialista, è subordinata alle ragioni della giustizia sociale.
Per il pensiero cristiano-sociale è essenziale la salvaguardia della dignità dell’essere umano, prodotta dall’elemento spirituale e trascendente che alberga in lui e riflesso dell’immagine di Dio. Tale dignità si sostanzia nel rispetto dovuto a ogni uomo in quanto essere sensibile: nessuno può essere padrone dell’uomo, neppure se stesso, perché, altrimenti, dovrebbe ipotizzarsi che Dio – riflesso nella natura umana – possa soggiacere al dominio dell’uomo. E giacché l’umanità ha natura gregaria, la dimensione autentica dell’essere umano è quella del solidarismo comunitario, non potendosi ridurre la persona a pura e assoluta individualità. Pertanto ogni scelta individualistica lede la dignità dell’uomo e la sua natura comunitaria, violando i connessi doveri morali di solidarietà.
Le tre dottrine in esame – una volta depurate dagli originari tratti di assolutezza che le avvelenava – pongono al centro l’essere umano e le sue relazioni con i suoi simili: persona e società. E giacché l’anelito alla libertà, il sentimento di giustizia, la sensibilità morale e il senso di solidarietà sono caratteri connaturati all’essere umano, non pare possibile negare il valore di “permanente novità” ai tratti essenziali di queste tre culture politiche. Resta, dunque, da verificare in che modo e in che termini questi tratti possano coesistere armonicamente.
Il primo rilievo è di ordine metodologico: non riconoscendo alcuna verità assoluta, nessuno dei valori presi in esame potrà dirsi prevalente sugli altri. La prevalenza andrà data, del tutto empiricamente, alla persona concreta, ai suoi sentimenti, alle sue gioie, ai suoi dolori, ai suoi tormenti. Pertanto, volta per volta, sarà la persona a misurare – esclusivamente su se stessa – quale valore debba avere prevalenza. L’atteggiamento che occorre assumere è dunque antidogmatico, relativista e disincantatamente laico.
A fronte di tale premessa, sarà giocoforza riconoscere che ogni persona in grado di compiere scelte consapevoli in autonomia possa e debba essere padrona di sé. La libertà individuale sarà, quindi, massima, trovando un limite insormontabile solo nel rispetto dei diritti e della dignità altrui, essendo inaccettabile il danneggiamento, la sopraffazione o l’asservimento dell’uomo ad opera di un altro uomo. Neppure è ipotizzabile il volontario assoggettamento, fisico e spirituale, ad altri se non alla condizione che chi si assoggetta possa, in ogni tempo, recuperare la propria libertà. Perché tale libertà è condizione originaria e inalienabile dell’essere umano, che non può privarsene definitivamente con un unico atto di volontà. Perciò ogni atto volontario di soggezione sarà sottoposto ad una condizione risolutiva meramente potestativa: la soggezione verrà meno con il venir meno della volontà di assoggettarsi.
L’eguaglianza dovrà intendersi come riconoscimento a tutti di pari libertà e dignità, senza sterilizzare le differenze personali tra gli esseri umani: ciascuno dovrà rimanere padrone di sé ed essere messo in grado di fare le proprie scelte o di assecondare le proprie tendenze e attitudini naturali, scegliendo lo stile di vita che preferisce. In nome dell’eguaglianza non potranno impedirsi le scelte di vita personali, né azzerare i benefici che taluno possa trarre dalla propria fortuna. Le istituzioni pubbliche interverranno solo per fornire rimedi contro la miseria e contro la sfortuna, in modo che tutti possano godere di ragionevoli opportunità di realizzazione personale. A tal fine, tutti avranno diritto ad adeguati servizi sanitari e scolastici.
La dignità – intesa come il rispetto della persona, nella sua unità psico-fisica – dovrà costituire il limite all’imposizione di scelte esistenziali o di condotte che possano contrastare con il sentimento etico-religioso di taluno e che non siano riconducibili alla volontà della stessa persona. Ciò garantisce il rispetto delle scelte etiche di tutti e, al contempo, la possibilità di agire liberamente, per chiunque intenda regolarsi autonomamente e senza recare danno agli altri.
Un nuovo umanesimo politico.
L’impostazione, antidogmatica e pluralista, di cui abbiamo trattato nel precedente contributo, recupera le parti ancora vive e vitali delle tradizioni liberale, socialista e popolare e, per via di innesti, le unisce in un’unica traccia di pensiero politico, al centro del quale emerge l’attenzione per l’uomo e per le formazioni sociali in cui egli vive.
Questa centralità dell’uomo, della sua libertà e della sua dignità; questo ritenere che l’uomo sia la misura di tutte le cose, colloca questo pensiero politico nel solco della cultura occidentale umanistica, diretta discendente della cultura dell’umanesimo romano, del rinascimento e dell’illuminismo. Ma la pretesa di intercettare, nel sottosuolo della contemporaneità, un afflato umanistico universale, la proietta anche verso il futuro: la globalizzazione, il dominio delle tecnologie, le migrazioni planetarie, i mutamenti climatici, l’inquinamento ambientale sono tutti temi che si interrogano sul futuro dell’uomo e delle sue società. E che devono trovare una soluzione senza mortificare la libertà e la dignità della persona e senza privarla di ragionevoli ed equivalenti opportunità di sviluppo della propria personalità e di realizzazione di sé.
Questo orizzonte impone allo Stato di dare un fermo sostegno alle persone, assicurando loro un ambiente sociale in cui, per quanto possibile, il libero sviluppo di ciascuno sia davvero la condizione del libero sviluppo di tutti.
Questo nuovo umanesimo politico si contrappone, in modo netto e inequivocabile, al socialismo illiberale e comunitarista, al populismo, all’identitarismo e al sovranismo, che sono le altre tendenze politiche che, con alterne fortune, si avvicendano e si sfidano nella permanente dialettica dell’agone politico contemporaneo. Ma che troppo spesso dimenticano che la singolare unicità e, al contempo, l’universalità della persona – con la sua complessa unitarietà, le sue fragilità, le sue aspirazioni, le sue attitudini e inclinazioni – non devono mai essere perse di vista.
