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Carlo Furno. Un protagonista dimenticato

Sfoglio l’ultimo fascicolo del 1970 della Rivista di diritto processuale e mi imbatto nel necrologio di Carlo Furno redatto dal direttore, Enrico Tullio Liebman. Leggo, nel breve “coccodrillo”, che Furno – scomparso nell’agosto di quell’anno – era un «valente e stimato giurista, cittadino esemplare». Dopo aver ricordato le opere scientifiche di Furno, le ultime righe del necrologio sono dedicate al ricordo dell’«uomo generoso, portato in ogni circostanza a scelte difficili e rigorose, per sé prima che per gli altri»; un uomo che «negli anni drammatici dell’occupazione straniera fu strenuo e coraggioso combattente della libertà». Chiunque conosca la vicenda personale di Liebman – costretto dalle leggi razziali del 1938 a trovare rifugio in America Latina – potrà immaginare che quelle ultime parole non fossero semplici formule di circostanza.

Nato a Firenze nell’aprile 1913 e laureatosi in giurisprudenza sotto la guida di Piero Calamandrei, Furno salì in cattedra con la pubblicazione, nel 1940, di Contributo alla teoria della prova legale, insegnando il diritto processuale civile nelle università di Perugia, Padova, Pisa e Firenze. Fu legato da amicizia e da vincoli di famiglia a Paolo Barile – uno dei più insigni maestri del diritto pubblico (anch’egli azionista) – e tra il 1961 e il 1964 rivestì la carica di assessore alle aziende municipalizzate di Firenze sotto l’amministrazione di Giorgio La Pira.

Scomparso prematuramente, Furno è stato sostanzialmente dimenticato: se si prova a fare una ricerca in internet non emerge quasi nulla, se non un suo libro del 1948 (poi ristampato nel 1993): Accertamento convenzionale e confessione stragiudiziale. Eppure ebbe un ruolo non marginale nella storia politica italiana. Compulsando i libri di Giovanni De Luna (Storia del Partito d’Azione, Roma, 1997) e di Emilio Lussu (Sul Partito d’Azione e gli altri. Note critiche, Milano, 1968) emerge una vicenda umana singolare, segnata dall’impegno civile e dalla militanza politica.

Nelle ultime ore del “Governo dei 45 giorni” di Badoglio, dopo una serie di incontri separati, il 5 settembre 1943, a Firenze, proprio in casa di Carlo Furno, si riunì il primo convegno clandestino del Partito d’Azione. Come ricorda Emilio Lussu, per ragioni di sicurezza non si redasse alcun verbale. E ciò determinò, poi, una assoluta incertezza sul numero esatto dei presenti (tra i quaranta e gli ottanta, a seconda delle fonti). Certamente, però, in casa di Furno furono presenti solo i rappresentanti di Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Lazio che nominarono un Comitato esecutivo composto da Riccardo Bauer, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Francesco Fancello e Manlio Rossi Doria. Costoro ricevettero il compito di revisionare il controverso programma dei “7 punti”, elaborato – prima del rientro dall’estero o dal confino, dopo il 25 luglio, dei gruppi di “Giustizia e Libertà” e dei “federalisti europei” – dal gruppo liberaldemocratico-repubblicano sotto la guida di La Malfa.

Il programma dei “7 punti” – sgradito sia alla componente di “Giustizia e Libertà”, sia a quella dei “Federalisti” – enunciava l’obiettivo di trasformare l’Italia in una repubblica parlamentare fondata sulla separazione dei poteri; di promuovere le autonomie locali; di nazionalizzare le grandi imprese industriali, assicurative e d’interesse collettivo, mantenendo la proprietà privata delle piccole e medie imprese; di varare una riforma agraria che favorisse la formazione della piccola proprietà contadina; di riconoscere la libertà sindacale; di separare nettamente il potere civile da quello religioso; di preparare culturalmente la costituzione di una federazione europea di libere democrazie, negando il principio della sovranità assoluta dello stato.

Quella importante riunione in casa di Carlo Furno si tenne a poche settimane dalla sua scarcerazione, avvenuta il 27 luglio. Era stato tratto in arresto, nella precedente primavera, proprio a causa della sua militanza nel Partito d’Azione.

Lo stesso Furno fu uno dei protagonisti delle ultime settimane di vita del Partito d’Azione. Dopo la scissione consumatasi l’anno prima con Parri e La Malfa, onde contrastare la forza di attrazione esercitata sul Partito d’Azione dal PSI (all’epoca strettamente avvinto al PCI), alla fine di giugno del 1947, come membro del comitato centrale, presentò, insieme a Guido Calogero, l’ordine del giorno che impegnava il partito a mantenere la sua autonomia. Nonostante l’approvazione di questo ordine del giorno, alla fine di ottobre dello stesso anno, il Consiglio nazionale del Partito d’Azione deliberò di confluire nel PSI mettendo fine alla parabola politica del Partito d’Azione e provocando quella diaspora di personalità azioniste che hanno fecondato tutti i partiti della sinistra italiana.

Prima di allora, Furno aveva intrattenuto, insieme a Tristano Codignola, intensi rapporti di amicizia e militanza azionista con un giovanissimo Carlo Azeglio Ciampi, già allievo, alla Normale di Pisa, di Guido Calogero. Il futuro Presidente della Repubblica era appena rientrato a Livorno dalla guerra partigiana e vi aveva assunto la responsabilità politica della sezione cittadina del Partito d’Azione, tenendo una fittissima rete di relazioni proprio con i due esponenti fiorentini.

Non ne ho certezza, ma mi piace immaginare che da quel reticolo di relazioni che ruotava attorno a Furno – e di cui egli era uno dei protagonisti – sia nata la coscienza civile che animò lo spirito dell’Assemblea costituente (dove un ruolo di primissimo piano era stato assunto proprio dal suo maestro, Piero Calamandrei) e che poi ha continuato ad operare sottotraccia, per il tramite di iniziative come quella della pubblicazione de «Il Ponte», rivista fondata sempre da Calamandrei e pubblicata dalla Nuova Italia (la casa editrice che faceva capo a Tristano Codignola, anche lui ex allievo di Calamandrei).

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