Il Corriere della Sera pubblica oggi una interessante analisi su Forza Italia, da cui – malgrado la scomparsa di Berlusconi – emerge la presenza di tre solidi pilastri: l’identità popolare del partito, la sua collocazione nel centrodestra e – soprattutto – la tendenziale fedeltà del suo elettorato ai primi due caposaldi. Appare, dunque, sempre più illusoria la speranza di chi, tra i cuochi della ricetta destrutturata del Terzo Polo, si aspettava di poter conquistare a mani basse e senza fatica gli elettori di Forza Italia, considerandoli sostanzialmente come privi di identità e pensiero.
Ma, a quanto pare, non basta cercare di far tutti contenti e dirsi liberali, ma anche popolari; riformisti, ma anche conservatori; repubblicani, ma anche monarchici. Non basta – in queste contorsioni cerchiobottiste – aver accolto nei propri ranghi questo o quell’ex esponente del PD o di Forza Italia. Non basta dire che non ci sono più destra e sinistra e poi dirsi di centro. Non può evocarsi, tra due estremità di cui si predica l’inesistenza, un luogo che, per necessità logica, deve essere altrettanto inesistente.
Davanti ad un partito – Forza Italia – attualmente al governo, forte di una prassi politica trentennale e stabilmente collocato nel PPE, questa sgraziata rapsodia intonata dai litigiosi micropartiti del Terzo Polo non è l’irresistibile canto di una sirena, ma l’insopportabile stridore di un gessetto sulla lavagna.
E non si può continuare a pensare ad una crescita del consenso fondata sull’ambiguità, sull’assenza di una chiara e riconoscibile cultura politica, su innesti di ceti politici in fuga da altri partiti per puro opportunismo e soprattutto su due collanti tra i meno stabili che l’esperienza umana conosca: l’utilitaristico servilismo e il tifo acritico verso il capo carismatico. I potenti, diceva Voltaire, non hanno amici, ma solo complici e adulatori. Gli uni e gli altri – in assenza di una forte coesione ideale (e quindi culturale) – sono pronti ad abbandonare il campo ai primi rovesci.
Sono sempre più convinto, perciò, che la armonica crescita di un polo liberaldemocratico debba prendere le mosse dalla ricerca di una identità culturale omogenea e inequivoca. E debba poi proseguire, senza fretta, attraverso un paziente corteggiamento di quei cittadini che, per disgusto o per disillusione, non vanno più a votare e diffidano della politica. Bisogna riconquistare tutti questi cittadini. E lo si può fare solo presentandosi loro senza ambiguità, con la disposizione all’ascolto e al dialogo, ma con la forza di una cultura politica solida e radicata. Altrimenti si finisce per fare la solita politica da spiccia faccende. Oppure – ancora peggio! – si maschera da partito politico un comitato elettorale per il tornaconto di pochi leader sostenuti da gruppi economici, che ne diventano di fatto gli unici veri mandanti, con buona pace sia della dimensione partecipativa dei partiti, sia del divieto del vincolo di mandato, entrambi previsti espressamente dalla nostra Costituzione (artt. 49 e 67).
