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Le possibili molte notti di San Bartolomeo

La Francia è in fiamme, scossa da un’onda insurrezionale che, negli ultimi anni, si è manifestata in più occasioni e con sempre maggior violenza. Un’onda mossa, a quanto si dice, dalla rabbia dei ragazzi appartenenti alle minoranze etniche discriminate e ghettizzate nei sobborghi di Parigi. Non è semplice per me, che conosco la Francia solo da turista, capire esattamente cosa stia succedendo. Ma certamente la Francia non è nuova agli scontri violenti causati dalla diversità culturale.

La Notte di San Bartolomeo (23 e 24 agosto 1572) rappresentò uno spartiacque drammatico: la strage, consumata a sangue freddo, di migliaia di ugonotti da parte dei cattolici segnò indelebilmente la storia dell’intera Europa e fu, idealmente, il primo passo verso l’affermazione della libertà di pensiero, il pluralismo e la tolleranza. Ma da allora in Europa le dolorose, violente e luttuose guerre civili a fondamento etnico-religioso non sono mai cessate, benché si siano spesso svolte in scontri a bassa intensità. E la Francia ne è stata spesso protagonista. Basti pensare all’affare Dreyfus e al relativo, strisciante antisemitismo. E malgrado sia stata il Paese guida della modernità – con l’Illuminismo, l’Enciclopedia, la Rivoluzione, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e l’abolizione della schiavitù – la Francia ha da tempo problemi con i francesi di origine coloniale, formalmente eguali agli altri ma sostanzialmente considerati come cittadini di seconda categoria.

Si tratta di un problema che rischia di diventare presto anche il nostro, vista la nostra irresolutezza e le nostre ambiguità con gli immigrati: ci sono necessari, ma non li vogliamo. Li vorremmo assimilare ma non ne siamo capaci. E, scartata l’assimilazione, non sappiamo neppure scegliere tra integrazione e interazione. E, per non scegliere, evitiamo anche di riconoscergli la cittadinanza e i diritti politici.

Per di più, in un’intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera, la Presidente Meloni mostra di non saper (o di non voler) distinguere tra la disciplina dell’immigrazione (chi riguarda chi vuole entrare in Italia) e disciplina dell’integrazione (che riguarda chi è già regolarmente entrato). Richiamarsi, infatti, a una “immigrazione gestita e regolare” appare niente più che un proclama generico, che non dice assolutamente nulla in merito alle misure da assumere, se non verso i nuovi arrivati, almeno verso i loro figli, che nascono, crescono e si formano qui.

Occorre essere prudenti e lungimiranti. Non è materia sempluce da trattare, ma credo sia in primo luogo necessario abbandonare la concezione – tanto diffusa nella cultura delle destre europee – della nazione intesa come etnia ed elevata ad architrave dello Stato. Occorre definitivamente disarticolare la nozione e la disciplina della cittadinanza dall’appartenenza ad un ceppo etnico, al diritto del sangue e, dunque, a una qualche sfuggente e raccapricciante concezione razziale. Se non saremo all’altezza di questa sfida, la nostra incapacità di fare i conti con i nuovi italiani finirà per tracciare la strada verso un’altra delle possibili molte notti di San Bartolomeo.

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