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Autonomia differenziata e «agenda repubblicana»

Ieri Carlo Calenda, intervistato da Giovanna Vitale per Repubblica, ha confermato che Azione non aderirà al comitato promotore del referendum contro la legge per l’autonomia differenziata, perché si rischia di perdere la sfida. Perciò, dopo la mancata – seppur pubblicamente annunciata – «vigorosa opposizione» in Parlamento, Azione si prepara ad un’altra vigorosa prestazione: la condiscendente acquiescenza ai desiderata del Governo Meloni. Per non perdere, infatti, ci si astiene dal poter vincere e ci si preclude la possibilità di andare nelle regioni meridionali – dove Azione stenta a raggiungere il 2% – a strappare consensi a FDI, a FI e alla stessa Lega.

Nella stessa intervista, inoltre, Calenda indirizza al PD la proposta di dar vita a un’alleanza che si concentri sulla realizzazione di una «agenda repubblicana» sui soli diritti sociali. Sembra trattarsi di una edizione tascabile – circoscritta a scuola, sanità e salari – di altre due “agende”, quella di Draghi e, ancora prima, quella di Monti, che però prevedevano ben altri interventi di risanamento dei conti pubblici, di rilancio dell’economia e di lotta all’evasione.

Pare, quindi, che il segretario di Azione paventi che una sconfitta referendaria, circa un anno prima delle elezioni politiche, possa compromettere il successo di questa sua «agenda repubblicana». Ma Calenda sembra trascurare che – una volta consolidatasi e resa operativa l’autonomia differenziata – su due dei tre temi della sua «agenda repubblicana» (sanità e scuola) le regioni finiranno per esercitare potestà legislative e amministrative molto più profonde di quelle attuali. Prerogative che, in virtù dei meccanismi previsti dall’art. 116 Cost., si dubita possano essere disinnescate con semplici leggi ordinarie o con atti di alta amministrazione.

Perciò, se prima non si “smonta” subito questa autonomia differenziata in salsa leghista, sarà pressoché inutile proporre velleitarie agende programmatiche destinate a schiantarsi contro i bastioni delle nuove prerogative regionali, a cui è difficile credere che le regioni più ricche vorranno volontariamente rinunciare.

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