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Carcere per donne incinte

Le battaglie “storiche” della Lega spesso sono, appunto, relitti storici, rievocazioni del passato, rigurgiti di pre-modernità. Sono la negazione della cultura occidentale e della civiltà dei lumi, grazie alla quale avevamo superato la primordiale concezione puramente retributivo-afflittiva della pena, così come l’idea tribale della pena come vendetta o della punizione dei figli per le colpe dei genitori. Da Cesare Beccaria in poi, la responsabilità penale è strettamente personale e deve, prioritariamente, mirare alla rieducazione del reo, non al suo definitivo abbrutimento.

In quest’ottica, l’esclusione della reclusione in carcere per le donne in stato di gravidanza e per i loro figlioletti è materia di cui si discute da circa due secoli, con una crescente sensibilità verso madri e figli. Tanto è vero che finanche il fascistissimo Codice Rocco del 1930 non aveva messo in dubbio che il carcere fosse ambiente totalmente inidoneo per portare avanti una gravidanza. Anche perché il neonato – preferibilmente da non separare dalla madre nei primi mesi di vita – avrebbe vissuto i suoi primi mesi di vita in condizioni di reclusione, separato dal resto del mondo, senza essere colpevole di alcunché. Avrebbe scontato, lui, un castigo per un delitto altrui.

Con queste magnifiche iniziative del Governo Meloni si procede speditamente verso la polverizzazione di uno dei capisaldi della civiltà occidentale. Il prossimo passo quale sarà? Tornare a vivere nelle caverne e creare manufatti scheggiando la selce? Propiziarsi il favore di qualche divinità pagana con sacrifici umani? Reintrodurre la tortura come mezzo di ricerca della prova?

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