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Lettieri e Mancuso

Venerdì 12 luglio, nella magica cornice della piazza del Duomo di Pistoia, sono saliti sul palco del Pistoia Blues 2024 – con due differenti set – il Mark Lettieri Group e il Matteo Mancuso Trio.
I due band-leader – Lettieri e Mancuso – sono due straordinari chitarristi elettrici, capaci di fondere blues, rock, jazz e funk con originalità e personalità. Lettieri – di origini italiane, di nascita californiana e di formazione e residenza texana – si è esibito imbracciando prevalentemente una PRS Fiore con una splendida finitura rossa che lascia trasparire le venature del corpo in frassino. Mancuso – palermitano di origine, nascita e formazione – ha utilizzato la sua Yamaha Revstar in colorazione sunburst.
A dispetto della giovane età, Matteo Mancuso ha un suono maturo, definito e corposo, sia sui puliti sia sui distorti, benché non faccia uso di amplificatore (elabora il suo segnale attraverso un potente multieffeto digitale che fornisce alla regia audio anche i suoni simulati degli amplificatori). Lettieri ha un suono più fangoso, che tende a risaltare meno, finendo talvolta per impastarsi e perdersi nel mix degli altri strumenti.
Fermo restando l’indiscutibile talento dei due, va detto che Lettieri non ha lasciato molto spazio agli altri componenti del suo gruppo, mentre i compagni di Mancuso – Riccardo Oliva, al basso, e Gianluca Pellerito, alla batteria – hanno dato l’impressione di avere un interplay e una complicità decisamente maggiori dei loro colleghi americani con il leader. E se Mancuso è tecnicamente un extraterrestre, anche i suoi due compagni di viaggio non scherzano: il trio sembra appena sbarcato da un’altra galassia per ipnotizzare il pubblico.
Confesso che è la prima volta che mi capita di vedere una formazione italiana di musica fusion salire in cattedra e impartire una simile lectio magistralis al mondo intero. In questi generi musicali, di solito, gli americani sono i padreterni e noi gli scolaretti. Ma il trio di Mancuso viaggia in un’altra dimensione, con una tecnica, una classe e una originalità prima d’ora sconosciute. La musica non è una gara e non ci sono classifiche da fare, ma Matteo Mancuso carezza lo strumento con un fraseggio e una personalità travolgenti, attingendo dalla chitarra tessiture inedite e misteriose.
Lettieri è bravissimo e lo ascolto sempre volentieri. Mi è molto piaciuto e l’ho molto apprezzato anche venerdì scorso. Mancuso, tuttavia, è tecnicamente e musicalmente inarrivabile. E ha incantato il pubblico sia con le sue composizioni originali, molto contaminate e zeppe di citazioni, sia offrendo delle stratosferiche interpretazioni di brani altrui (due su tutti: The Chicken di Jaco Pastorius e ‘Cause We’ve Ended As Lovers, tributo a Jeff Beck, di Stevie Wonder).
Qualsiasi chitarrista, da oggi in poi, dovrà misurarsi con questo nuovo standard. E sarà una sfida durissima.
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