Ieri è morto John Mayall. Aveva novant’anni e fin quasi alla fine è stato attivo e prolifico. Era – è ancora e resterà sempre – il padre del british blues, l’ispiratore, il maestro e il mentore dei più grandi protagonisti della musica degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Sono cresciuti nella sua “accademia” Eric Clapton, Jack Bruce, Peter Green, John McVie, Mick Taylor e molti altri artisti britannici. È, di fatto, grazie a lui che si sono aggregati i Cream (Ginger Baker, Jack Bruce, Eric Clapton) e i Fleetwood Mac (Peter Green, Mic Fleetwood, John McVie) e che Mick Taylor è emerso al punto da essere apprezzato e poi chiamato dai Rolling Stones per sostituire Brian Jones.
Nella recente storia della musica popolare (quella che inizia con la diffusione delle registrazioni fonografiche), dobbiamo distinguere tra le celebrità e i grandi maestri. Talvolta i grandi maestri diventano celebrità planetarie (Louis Armstrong, Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Elvis Presley, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Lennon e McCartney, per esempio). Altre volte i grandi maestri acquisiscono rinomanza tra un pubblico molto più ristretto, ma la loro autorevolezza li trasforma in personaggi di culto, oggetto di venerazione soprattutto tra gli stessi musicisti (Bessie Smith, Charlie Parker, Robert Johnson, Muddy Waters, Charlie Christian, Chuck Berry, Wes Montgomery, Frank Zappa, tra gli altri). John Mayall appartiene a questa eletta e ristretta schiera di musicisti. Perché lui è stato, in Europa, il Maestro dei grandi maestri.
Alcuni dei suoi album hanno letteralmente segnato un’epoca, a partire da quello che uscì nel luglio del 1966 con il titolo di «Bluesbreakers With Eric Clapton» e che contiene “il” suono della chitarra elettrica che caratterizzerà il futuro: una Gibson Les Paul amplificata con un Marshall valvolare “imballato”. E l’anno successivo altri due album: «A Hard Road», con Peter Green e John McVie, e «Crusade», con Mick Taylor. E l’anno dopo ancora, nel 1968, il lisergico «Blues From Laurel Canyon». Tutti gli amanti del rock-blues dovrebbero possedere e amare questi quattro album.
Personalmente trovo splendido un disco piuttosto negletto, sia dal pubblico sia dalla critica. Si tratta di «Jazz, Blues, Fusion», una registrazione dal vivo pubblicata nel 1972, in cui Mayall canta e suona (l’armonica, il piano e la chitarra), accompagnato da una band senza (veri o presunti) virtuosi di fama, ma composta di musicisti di raffinata classe e dotata di un tiro ritmico travolgente. Un disco sottovalutato e dimenticato, che io credo meriti di essere riscoperto per ricordare nel migliore dei modi uno dei padri fondatori della musica popolare contemporanea.
