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Italianità rinnegata

La penisola italica, attorno al X secolo a.C., è abitata da molti popoli diversi, ciascuno con una propria lingua e una propria cultura. Nell’VIII secolo a C. si formano i primi centri urbani (Cagliari, Taranto, Messina, Reggio, Palermo, Napoli, Siracusa e Crotone) e – dall’unione di ceppi latini, etruschi e sabini – sorge Roma: è una città sin da principio multietnica, luogo di incontro di genti, lingue, culture e tradizioni diverse. La leggenda vuole che le radici dell’Urbe siano da ricercare a Troia, nell’attuale Turchia. E che il fondatore e primo re di Roma – Romolo – sia figlio di Marte e di Rea Silvia, a sua volta figlia del re di Albalonga, discendente di Enea. Insomma, i romani non sono per davvero… romani.

Questo popolo di pastori di greggi ovine e di piccoli coltivatori di farro è composto da bellicosi bifolchi semianalfabeti. Si dirozzano a malapena, nel III secolo a.C. grazie all’opera letteraria di uno schiavo di cultura greca: Livio Andronico, il primo drammaturgo romano, era infatti un tarantino. Successivamente, i grandi protagonisti della storia letteraria di Roma di epoca classica non sono quasi mai romani. E anche coloro che, per vicissitudini varie, avevano la cittadinanza romana, non erano nati a Roma(1). L’unico grande autore romano, nato a Roma e cittadino romano, è il poliedrico, geniale, epilettico e bisessuale Giulio Cesare: evidentemente un caso davvero eccezionale.

Tutta la cultura occidentale – che trova a Roma il proprio primo centro di incubazione, sviluppo e diffusione – è il frutto di continui innesti, di ibridazioni e di sintesi. Roma nasce dalla difficile convivenza tra latini, sabini ed etruschi, e poi si scontra con i sanniti, i galli, i fenici (i cartaginesi erano fenici), i greci, gli Illiri, gli egiziani, i persiani, i britanni, i germani, i goti, i vandali, gli unni. Lo scontro si trasforma in incontro, in sincretismo religioso, in condizionamento culturale. Il Cristianesimo e le sovrapposizioni etniche (eruli, goti, longobardi, franchi, alamanni, arabi, normanni, svevi, angioini e aragonesi tra il V e il XV secolo d.C.) contribuiscono ulteriormente all’arricchimento del genere umano che abita la Penisola. E arricchiscono la cultura: nascono gli stili bizantino, romanico e gotico, la scrittura “carolina”, le lingue romanze, la letteratura medievale e moderna, la scuola siciliana e il dolce stile novo, la ragioneria e il diritto commerciale.

Quando Palermo, Firenze, Venezia e Napoli diventano capitali politiche, economiche e culturali, imitano la Roma classica. E diventano città aperte alla diversità, alla ibridazione, allo scambio: le città rendono liberi gli uomini che vi convergono.

Occorre tenere presente che l’Italia antica e medievale è un territorio scarsamente popolato: nel I secolo d.C. ci vivono circa 8 milioni di persone (di cui un milione solo a Roma). Nell’alto medioevo gli abitanti si riducono a circa la metà, per ricominciare a crescere dopo la fine del X secolo. Si stima che alla vigilia delle epidemie di peste nera, a metà del XIV secolo, la Penisola conti circa 12 milioni di abitanti. Tra il XIV e il XVII secolo, anche a causa delle ripetute pestilenze, la popolazione oscilla tra 7 e 13 milioni di individui. Su un così esiguo numero di abitanti, l’arrivo di poche migliaia di persone può avere effetti sconvolgenti – a livello culturale – per il territorio in cui si insediano. E questi arrivi sono continui.

Dalla fine del Seicento, inizia il ciclo espansivo che – con il miglioramento delle condizioni igieniche, l’aumento della produzione agricola, la diffusione di un maggiore benessere e i progressi della medicina – porta l’Italia, negli anni Sessanta del Novecento, a superare i 50 milioni di abitanti. Abitanti che, a causa delle numerose e profonde ibridazioni (nell’era moderna, prima dell’unificazione politica del 1861, sono “passati” dal Belpaese pure i francesi, gli spagnoli, gli austriaci e gli inglesi), hanno un unico carattere distintivo: essere meticci. Gli italiani non hanno una morfologia umana omogenea e non esiste, neppure in astratto, la cosiddetta “tipica bellezza” italiana. Si può dire, certamente, che fino a pochi anni fa, nessuno con gli occhi a mandorla o con la pelle nera aveva incarnato l’immagine dell’Italia. Ma James Senese (musicista, nato a Napoli nel 1945), Fidel Mbanga-Bauna (giornalista e politico, nato in Congo nel 1948), Danny Mendez (miss Italia 1996 e attrice, nata a Santo Domingo nel 1978), Mario Balotelli (calciatore, nato a Palermo nel 1990), Igiaba Scego (scrittrice, nata a Roma nel 1974), Yoko Yamada (comica, nata a Brescia nel 1993), Hilarry Sedu (avvocato, nato in Nigeria nel 1986), Paola Egonu (pallavolista, nata a Cittadella nel 1998), Larissa Iapichino (lunghista, nata a Borgo San Lorenzo nel 2002) sono tutti italiani. E non sono certo gli unici.

Le continue polemiche – alimentate, tra gli altri, dalle esternazioni dell’On. Roberto Vannacci – sull’italianità di questi italiani appaiono dunque stupidamente pretestuose. In primo luogo trascurano (o travisano) i tre millenni di storia demografica di un luogo – la penisola italiana – che non è mai stato caratterizzato da omogeneità etnica e che, tuttavia, è stato sempre aperto al contributo fecondo degli innesti e delle ibridazioni. In secondo luogo abbracciano l’idea – completamente sbagliata – che l’italianità non sia una condizione giuridica, ma un tratto genetico. Sarà forse deludente, ma qualcuno lo deve pur dire: nessuno ha inscritto nel proprio DNA il proprio status civitatis. La cittadinanza (cioè l’italianità) è una condizione determinata dall’arbitrio della legge. In terzo luogo, anche coloro che sostengono che l’italianità sia una condizione culturale, sembrano riferirsi a qualcosa di inesistente. Come se la cultura italiana fosse un monolite: unica, omogenea, immutabile, catalogata e cristallizzata come un insetto in una goccia d’ambra. Ma la lingua di Guido Cavalcanti non è quella di Francesco Guicciardini, né quella di Giuseppe Ungaretti. La cultura di Masurio Sabino non è quella di Bartolo da Sassoferrato, né quella di Cesare Beccaria. La religione di Quinto Settimio Tertulliano non è quella di Dante Alighieri, né quella di Manzoni. Il dialetto di Carlo Porta non è quello di Giuseppe Gioachino Belli, né quello di Salvatore Di Giacomo. E poi la tarantella non è la monferrina; la tammurriata non è il saltarello. Il cappuccino non è il caffè-latte; il cornetto non è la brioche. I rigatoni non sono le penne; gli spaghetti non sono le fettuccine. La focaccia non è la pizza; la polenta non è il cuscus. Ma a nessuno verrebbe in mente di negare l’italianità di tutte queste cose.

Ciò che ha storicamente reso l’Italia il Belpaese è la sua varietà, le sue enormi capacità di adattamento, le sue virtù di assorbimento e rielaborazione delle diversità, senza cancellazione dei tratti distintivi e delle specificità dei luoghi. L’Italia è il Paese in cui ogni città parla una propria lingua e in cui, ciò nonostante, tutti riescono a capirsi.

Finanche il genio drammaturgico di William Shakespeare, quando ha voluto rappresentare la complessità sociale e culturale, ha messo in scena l’Italia(2). Perché noi ora siamo diventati tanto sciocchi, tanto ignoranti, tanto autolesionisti da arrivare a rinnegare noi stessi?

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(1) Quinto Ennio (osco-tarantino), Cecilio Stazio (gallo-milanese), Tito Plauto (umbro-romagnolo), Publio Terenzio (cartaginese), Varrone (reatino), Cicerone (arpinate), Orazio (venosino), Catullo (veronese), Virgilio (mantovano), Sallustio (aquilano), Seneca (ispanico), Plinio il vecchio e Plinio il giovane (comaschi), Giovenale (aquinate), Tacito (gallico), Cornelio Nepote (ostigliano), Lucrezio (pompeiano), Properzio (umbro), Tibullo (prenestino), Tito Livio (padovano), Ovidio (sulmonese).

(2) Giulio Cesare (Roma); Antonio e Cleopatra (Roma); Romeo e Giulietta (Verona); Otello (Venezia); Il Mercante di Venezia (Venezia); I due gentiluomini di Verona (Verona e Milano); La commedia degli errori (Siracusa); La bisbetica domata (Padova); Molto rumore per nulla (Messina); Il racconto d’inverno (Sicilia).

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