La tradizione – il grappolo di credenze, riti e pregiudizi che ereditiamo da chi ci ha preceduto – è un elemento essenziale e ineliminabile dell’esistenza umana, ma non può diventare una zavorra per lo sviluppo della vita delle persone. E visto che l’uomo è la misura di tutte le cose, in democrazia, la politica dovrebbe assumere il compito di creare i presupposti perché ogni individuo possa essere messo nella condizione – almeno potenziale – di emanciparsi, affrancandosi dalla sua situazione di partenza. Perciò una politica progressista dovrebbe aiutare ogni persona a realizzare se stessa, liberandosi, se occorre, dai vincoli e dai condizionamenti imposti proprio dalla tradizione.
Il conservatorismo, al contrario, ha sempre fatto della tradizione una fonte di vincoli e di impedimenti per l’individuo, tali da mortificarne persino l’aspirazione a perseguire i propri sogni. Per un conservatore, ciò che era in passato dovrà essere anche in futuro.
Quindi, se in Italia la tradizione ha sempre assegnato alle persone di pelle nera il ruolo e la funzione di subalterni – schiavi, domestici, migranti – il conservatore vive come una violazione dell’ordine tradizionale anche solo il tentativo di sottrarsi al rispetto del lascito del passato: schiavo era tuo nonno, schiavo deve restare tuo padre e schiavo dovrai essere tu. Lo vuole la tradizione. Che è un po’ come dire, in chiave secolare, «lo vuole Dio!».
È successo così che un giudice non abbia creduto ad un giovane dalla pelle nera che si qualificava come avvocato e si sia fatto mostrare il tesserino del Consiglio dell’Ordine di appartenenza e poi – ancora incredulo – gli abbia chiesto se fosse laureato (è accaduto a Hilarry Sedu, avvocato del Foro di Napoli). E ora succede che si polemizzi sul fatto che alcune atlete italiane di pelle nera non siano rappresentative del tradizionale aspetto esteriore delle italiane. Se tutti costoro fossero stati colf, badanti o braccianti nei campi di pomodori nessuno se ne sarebbe preoccupato, perché sarebbe stato in linea con la tradizione. Ma visto che qui si tratta non di servire i “bianchi” ma di primeggiare sui “bianchi”, occorre invocare il rispetto della tradizione per rimettere le cose – anzi: le persone – al loro posto. E ci si indigna se una ragazza dalla pigmentazione scura interpreta la sirenetta. Come se le sirene esistessero per davvero e avessero le squame e l’incarnato di un bel rosa pallido!
Sconvolge, in tutto ciò, la posizione di molte donne, accanite difenditrici di queste bizzarre tradizioni. Le inviterei a riflettere che, se avessimo rispettato i vincoli della tradizione, loro sarebbero ancora relegate in casa, prive di diritti politici, in posizione subalterna a quella del maschio. Questa tradizione millenaria, invece, è stata superata con fatica nel corso del Novecento. Tanto resta da fare, ma nessuno (sano di mente) oggi difenderebbe una tradizione che giungeva anche a imporre alla donna, contro la sua volontà, il velo da suora o quello da sposa; oppure a negargli il diritto di lavorare fuori casa, di gestire i propri averi o di scegliersi per marito l’uomo che davvero amava.
Perciò, nessuna tradizione è eterna e immutabile. E non c’è alcuna ragione per mantenere ferme quelle tradizioni che creano inutili e ingiustificate sofferenze negli individui, impedendogli di essere liberi di realizzarsi. I politici conservatori di un certo spessore questo lo hanno compreso da un pezzo e hanno finalmente pensionato il loro elogio della tradizione. Un elogio a cui ha finito per aggrapparsi con le unghie e con i denti solo qualche veteroclericale, qualche reazionario e qualche opportunista in cerca di consenso politico a buon mercato, grazie all’ingenuità e al sonno della ragione di migliaia di elettori.
