Il Foglio, l’unità, il Riformista e pochi altri hanno degnamente ricordato in queste ore Ottaviano Del Turco, scomparso il 22 agosto, già sindacalista e politico socialista (ultimo segretario del PSI), divenuto nel 2005 presidente dell’Abruzzo. Coinvolto in un’indagine sulla corruzione nella sanità regionale, fu clamorosamente arrestato nell’estate del 2008 e pochi giorni dopo si dimise da ogni incarico (la recente vicenda di Giovanni Toti, insomma, non è una novità, né un caso isolato).
I capi di imputazione inizialmente formulati dalla Procura – associazione a delinquere, corruzione, concussione e truffa – vennero riconosciuti in primo grado dal Tribunale, che condannò Del Turco a nove anni e mezzo di reclusione. Poi – dopo le impugnazioni – emerse che i fatti su cui le accuse erano fondate non sussistevano. La Cassazione – dopo la derubricazione di questa filastrocca di illeciti al solo fumoso reato di induzione indebita – nel 2018 confermò una condanna a tre anni di reclusione per dei fatti evanescenti. Il sospetto che maturò fu quello di una sentenza “politica”, pronunciata per non sbugiardare totalmente la gigantesca inchiesta della Procura, che aveva coinvolto e fatto arrestare svariati esponenti politici regionali e suscitato una grande attenzione mediatica. Pur di non dover ammettere che la Procura aveva pestato acqua nel mortaio, scambiando lucciole per lanterne, Del Turco ebbe la sua immeritata condanna.
Questa vicenda giudiziaria, durata oltre 10 anni e fondata sul nulla, ha però prodotto la polverizzazione della reputazione di una persona per bene. Una persona che è stata letteralmente cancellata dall’album di famiglia della CGIL (di cui era stato segretario aggiunto, a fianco di Luciano Lama) e, soprattutto, del PD (che lo vedeva tra i fondatori). Immediatamente abbandonato – come neppure un cane si dovrebbe abbandonare – sul ciglio della strada dai suoi compagni di viaggio, nessuno di costoro si ricordò di andarlo a recuperare dopo la sentenza e nessun esponente di rilievo della CGIL e del PD era presente alle sue esequie.
Una vicenda – quella di Ottaviano Del Turco – di ordinaria malagiustizia e di ignobile e fetida ipocrisia della peggiore politica forcaiola.
