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Le inutili pene esemplari

Fino a non molti decenni fa, le pene esemplari servivano da monito soprattutto per chi non le subiva direttamente. Quindi dovevano essere particolarmente dure e avere pubblica esecuzione. Dovevano soprattutto avere la virtù di terrorizzare chiunque fosse sfiorato dal desiderio o dall’istinto di delinquere, risultando sproporzionate rispetto alla reale portata e gravità della condotta da punire. Tra le pene esemplari la storia annovera la gogna, la flagellazione, la marchiatura a fuoco, la mutilazione e, chiaramente, la morte (con la variante del metodo: lapidazione, crocifissione, impiccagione, decapitazione, fucilazione, rogo, annegamento, ecc.).

L’Illuminismo – e, più di chiunque altro, Cesare Beccaria – cambiò il modo di noi occidentali di concepire la pena. La sanzione non doveva essere una truculenta esibizione di barbarie, ma un trattamento afflittivo che avesse un doppio effetto deterrente: portare il malintenzionato a desistere dal consumare il delitto e – qualora il reato fosse stato egualmente commesso – indurre il reo a non delinquere nuovamente.

Però – giacché in molti casi il reo delinque (anche) a causa delle condizioni culturali, sociali o economiche in cui versa – la pena dovrebbe anche aiutare quest’ultimo a emanciparsi dalla propria condizione di subalternità al vizio o al bisogno. Da qui la natura non solo afflittiva, ma anche rieducativa, delle pene. Le quali, per conseguire il loro scopo, devono avere anche un peso “retributivo” proporzionato alla gravità del crimine, lasciando spazio al recupero del reo (consentendogli di studiare o di imparare un mestiere, ad esempio).

Si è capito, dunque, che marchiare a fuoco un ladro o mettere alla gogna un truffatore è solo una gratuita quanto inutile e sproporzionata crudeltà, perché il marchio d’infamia o l’esposizione al pubblico ludibrio sono incancellabili imposizioni di umana degradazione e di svilimento della dignità. E sono essi stessi di impedimento alla possibile rieducazione del reo e al suo reinserimento a pieno titolo nel consorzio civile.

A tutto ciò va aggiunto che le pene esemplari sono una caratteristica ricorrente dei sistemi non democratici, in cui l’ordine pubblico viene “assicurato” con le leggi marziali o con la minaccia di sanzioni crudeli e irrispettose della dignità umana. Ma anche in queste realtà, malgrado la crudeltà e la esagerata durezza delle pene minacciate, moltissimi crimini vengono egualmente perpetrati frequentemente. E questo induce a pensare che la previsione di pene draconiane (e la frequente applicazione della legge del taglione) non abbia maggiore efficacia deterrente di quella esercitata da pene miti.

Se ne arguisce che le pene esemplari – sempre più spesso invocate populisticamente dal ministro Matteo Salvini – sono, oltre che incivili, del tutto inutili. Sicché occorre che le pene non siano esemplari (crudeli e sproporzionate), ma giuste, cioè commisurate – tanto per l’afflittività quanto per durata – alla gravità del reato. Una condanna equa è un atto di giustizia. Una condanna a una pena non commisurata al delitto, ma animata da ferocia vendicativa o repressiva, è una inutile barbarie.

Pertanto, la costante invocazione di (generiche) pene esemplari da parte di Matteo Salvini a me pare un sintomo evidente della perversione forcaiola e del sadismo giustizialista da cui è affetto il Ministro delle infrastrutture, nonché una furberia comunicativa con la quale – senza dir nulla di impegnativo – lo stesso Ministro liscia il pelo agli istinti più brutali dell’elettorato.

 

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