L’intervista rilasciata oggi da Giorgia Meloni al Corriere della Sera è gravida di conseguenze. Che a me appaiono nettamente positive.
Lasciata in disparte la clava retorica – francamente insopportabile – della sovranità, della nazione e della patria, la Presidente del Consiglio si concentra sui rapporti tra USA, UE, Ucraina e Russia e sul ruolo dell’Italia e dell’UE. E il suo approccio a me pare convincente, perché pragmatico e finalmente spoglio di tutti quei cascami ideologico-retorici che sono stati la peggiore zavorra alla modernizzazione della destra italiana.
Meloni non arriva ancora a mettere al centro delle politiche del suo governo un’integrazione in senso federale dell’UE, ma si smarca da quell’atteggiamento servile – da lacchè in servizio permanente presso la Casa bianca – verso l’atlantismo, che la destra italiana ha tenuto negli ultimi venticinque anni. La circostanza appare di grandissima rilevanza politica e culturale, visto che dopo la seconda guerra mondiale, per circa cinquant’anni, il partito della fiamma ha mantenuto atteggiamenti ferocemente anti-americani. L’avversione per gli Yankees dei discendenti di Salò era talmente marcata che qualcuno di loro ebbe la geniale trovata di darne visibile dimostrazione imponendo ai propri figli il nome di alcuni celebri capitribù pellerossa.
Quella destra sosteneva fieramente un’idea di Europa non come unione di popoli, ma come nazione, in contrapposizione frontale sia all’imperialismo sovietico sia a quello statunitense. Del resto – il MSI aveva votato contro il Patto atlantico – i vinti del secondo conflitto mondiale non potevano consegnarsi ai vincitori americani, malgrado anche loro fossero anti-bolscevichi. E la destra – malgrado il tentativo di normalizzazione borghese tentato negli anni Cinquanta da De Marsanich e Michelini – accentuò sempre di più la sua natura di partito anti-sistema, arrivando negli anni Settanta a fiancheggiare il terrorismo nero e contrastando ogni possibile emancipazione del Paese dal suo passato fino alla fine degli anni Ottanta.
Poi – complici la dissoluzione del Patto di Varsavia, l’accettazione delle regole democratiche favorita da Fini, lo sdoganamento voluto da Berlusconi e l’attentato alle Twin towers – i collezionisti di busti del Duce si trovarono costretti dalle loro nuove responsabilità di governo a scendere a compromessi, abbandonando certe posizioni anacronistiche. Ma, come spesso accade ai parvenu, la destra italiana era ansiosa di esibire il proprio entusiasmo atlantico, la propria incondizionata fedeltà agli USA. E, così, abbiamo potuto ascoltare Ignazio La Russa mutuare le parole pronunciare da Kennedy a Berlino e proclamarsi convintamente americano. E abbiamo visto Daniela Garnero Santanchè (grande sodale del collezionista di busti del Duce, che ancora oggi si dichiara fieramente fascista) grottescamente abbigliata come una cow-girl con cappellone Stetson a stelle e strisce.
Oggi, pur riaffermando la sua personale amicizia con Trump, Meloni parla finalmente di Occidente, considerando correttamente Europa e USA come un blocco culturale e politico unico (malgrado le tante differenze tra i singoli popoli). E non sembra posseduta dalla smania isterica di accreditarsi presso gli USA, smarcandosi dall’UE e tentando di instaurare un rapporto strettamente bilaterale tra Italia e Stati uniti ai danni degli altri partner europei.
L’unica concessione alla propria vanità riguarda il plauso che Meloni riserva a se stessa per aver favorito il dialogo tra USA e UE. Ma mi sembra un fatto decisamente trascurabile a fronte del mutamento di prospettiva davvero rivoluzionario: una leader della Fiamma tricolore si accredita come intermediaria non tra Italia e USA, ma tra UE e USA. Insomma, di strada da fare ce n’è ancora molta, ma la politica filo-atlantica del Governo Meloni sembra essersi affrancata sia dal servilismo verso gli USA sia dal tradizionale nazionalismo e guarda con maggiore equilibrio ai rapporti tra Europa e America.
