Più di qualche liberale, anche nel recente passato, ha sostenuto che la società non esiste, perché esistono solo gli individui(1). Ma, per quanto suggestiva, questa affermazione è assurda. È senz’altro vero, infatti, che la società non esiste in quanto entità senziente. Perciò, a differenza degli individui, la società non gioisce, non patisce, non teme, non soffre. Ma la società – intesa come sintesi delle relazioni sociali, economiche, affettive e spirituali tra gli individui – esiste, eccome! E se la società non può sentire, gioire e soffrire, può certamente provocare questi sentimenti negli individui che vi sono immersi. Se, nel reticolo delle relazioni di cui si compone la società, il singolo individuo non riesce a trovare spazio, subendo forme di emarginazione, costui non sarà libero di realizzarsi se non a condizione di rinnegare se stesso o di rinunciare in tutto o in parte alla vita associativa.
D’altra parte, se la società – intesa come sintesi delle relazioni umane – non esistesse, saremmo costretti a negare anche l’esistenza del mercato e quella dei cosiddetti corpi intermedi (come la famiglia e le altre aggregazioni associative). Al contrario, pare impossibile negare l’esistenza di questi fenomeni, ai quali tutti riconoscono una autonoma capacità normativa: il mercato e i corpi intermedi sono, infatti, in grado di generare un loro ordine spontaneo che incide sull’esistenza di ciascun individuo che vi si trovi, volente o nolente, coinvolto. E la politica – anche e soprattutto quella liberale – ha sempre avuto lo scopo di supplire alle mancanze di questo ordine spontaneo, correggendolo e integrandolo con i suoi interventi. Perciò, se la società non esistesse e se, conseguentemente, non esistessero il mercato e i corpi intermedi, si dovrebbe negare anche la funzione concreta della politica.
Risolto, dunque, il problema della sua esistenza, va detto che una società liberale non è piattamente e materialmente egualitaria (con la distribuzione a tutti delle medesime cose, nella medesima misura per ciascuno). La società immaginata dai liberali è in perpetuo movimento, grazie all’iniziativa individuale favorita dal riconoscimento delle libertà dei singoli e dalle pari opportunità loro offerte dall’intervento della politica. Intervento che deve mirare a correggere e integrare l’ordine sociale spontaneo, allorché esso produca situazioni di disparità o di disagio inaccettabili per il senso di giustizia e per il rispetto della dignità delle persone.
La politica liberaldemocratica, inoltre, non persegue l’ideale di una società omogenea, in cui tutti condividono le stesse idee e gli stessi stili di vita; di una società in cui si nega il primato dell’individuo e il valore della sua unicità; di una società in cui il pluralismo è un disvalore e, di conseguenza, è un disvalore anche la libertà di perseguire la propria realizzazione personale anche in modo non conforme a quello della maggioranza. La società liberale, al contrario, è una società aperta – nel rispetto delle libertà di tutti – al pluralismo e alla diversità. È una società in cui l’esercizio della libertà di ciascuno sia la condizione per realizzare la libertà di tutti.
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(1) È famosa la dichiarazione che Margaret Thatcher fece nel 1987 in un’intervista: «there is no such thing as society».
