Il binomio «giustizia sociale» è di utilizzo tanto diffuso quanto ambiguo. Nella pratica del marxismo-leninismo, ad esempio, la «giustizia sociale» è stata intesa come eguaglianza materiale. E questa concezione ha attirato feroci critiche da parte degli esponenti del liberismo economico e del conservatorismo politico, i quali hanno preso a pretesto questa concezione di «giustizia sociale» per rifiutarne ogni possibile declinazione, essendo essa il volano per l’erosione delle libertà individuali. Le dottrine liberaldemocratiche e progressiste hanno, invece, sempre inteso la «giustizia sociale» come strumento necessario, in una società pluralista e competitiva, per il livellamento dei punti di partenza e non per l’eguaglianza dei punti di arrivo: un mezzo, dunque, per valorizzare l’esercizio delle libertà individuali.
Già all’inizio del Novecento si evidenzia che l’astratto riconoscimento dell’universalità delle libertà individuali serve a poco se la maggioranza degli uomini non è nelle condizioni di apprezzarne il significato e di esercitarle concretamente. «La libertà – scrive Carlo Rosselli – non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l’individuo, è un mero fantasma. L’individuo in tal caso è schiavo della sua miseria, umiliato dalla sua soggezione; e la vita non può avere per lui che un aspetto e una lusinga: il materiale. Libero di diritto, è servo di fatto. E il senso di servitù aumenta in pena ed ironia non appena il servo di fatto acquista coscienza della sua libertà di diritto e degli ostacoli che la società gli oppone per conseguirla». Alla libertà individuale occorre, dunque affiancare, la «giustizia sociale», intesa come uguaglianza (non materiale) delle possibilità.
«Libertà politica e uguaglianza sociale – scrive Guido Calogero negli anni Quaranta del Novecento – sono quindi ad un tempo fine e mezzo, in quanto ogni progresso dell’una favorisce il progresso dell’altra; e per ciò stesso è forse più opportuno non chiamarle né fine né mezzo, ma dire piuttosto che sono aspetti concomitanti e coessenziali di quella democrazia integrale, in cui democrazia politica e democrazia sociale risultano indissolubilmente congiunte come le due facce di una medaglia» Infatti, come osservato da Calamandrei, il riconoscimento delle libertà individuali salvaguarda il cittadino dall’oppressione politica; ma solo con i diritti sociali lo si protegge dall’oppressione economica e dalla minorità culturale e lo si mette nelle condizioni di poter godere per davvero delle libertà “borghesi”.
Questo approccio è stato condiviso e apprezzato anche da Luigi Einaudi, il quale riteneva che il pluralismo concorrenziale sarebbe stato davvero utile per la crescita del benessere di tutti solo a condizione che «gli uomini nella lotta per la vita possano partire da punti non troppo diversi». E aggiungeva, a tal fine, che «il frutto delle imposte sui redditi e sui patrimoni più alti deve servire a dare a tutti, anche ai figli dei più poveri, le possibilità di essere educati ed istruiti, sì da gareggiare con i figli di coloro che si trovano più in alto nella scala sociale».
Anche Norberto Bobbio si è soffermato sul tema dell’eguaglianza dei punti di partenza, sostenendo che tale principio «non è altro che l’applicazione della regola di giustizia a una situazione in cui vi siano più persone in competizione tra loro per il raggiungimento di un obiettivo unico, cioè di un obiettivo che non può essere raggiunto che da uno dei concorrenti». Tale regola deve trovare applicazione dove prevale una concezione conflittualistica della società, perché mira a mettere tutti i membri di quella società in condizione di partecipare alla gara dell’esistenza. Perciò, «proprio allo scopo di mettere individui diseguali per nascita nelle stesse condizioni di partenza, può essere necessario favorire i più disagiati o sfavorire i più agiati».
Ora, per uscir fuori dalle astrattezze teoriche, il problema risiede proprio in questo dilemma: favorire i disagiati o sfavorire gli agiati? In altri termini, occorre chiedersi se si debbano minimizzare gli effetti della sfortuna oppure neutralizzare quelli della fortuna. La domanda, insomma, è: fornire protesi agli zoppi o azzoppare i sani?
Carlo Cottarelli ha recentemente sostenuto che «da un punto di vista pragmatico, la soluzione è abbastanza semplice: l’obiettivo non può essere quello di una completa uguaglianza di possibilità, ma quello di un grado sufficiente di possibilità». E questo obiettivo lo si raggiunge principalmente con politiche redistributive della ricchezza che alimentino e rendano efficienti la giustizia, la scuola e la sanità pubbliche, dotandole di risorse adeguate, nonché con la rimozione – per quanto possibile – degli ostacoli nascenti dalla condizione naturale o storico-culturale dell’individuo e che ne impediscono il pieno sviluppo in quella data società (in queste condizioni vi rientrano le disabilità, le differenze di genere, le differenze etniche). Perché una società tendenzialmente giusta – in quanto lascia spazio all’intraprendenza personale e al pluralismo dei valori e dei fini individuali – è quella in cui viene garantito l’equilibrio di partenza e non l’eguaglianza dei punti di arrivo.
Neutralizzare le conseguenze della fortuna, dunque, pare un rimedio peggiore del male, perché costituisce la premessa per mortificare il talento e per imporre surrettiziamente una forma di eguaglianza materiale, nella cui prospettiva si deve tendenzialmente essere tutti uguali in tutto. Ma le caratteristiche naturali delle persone – l’intelligenza, il talento, l’avvenenza, la forza – sono elementi impossibili da ricondurre all’eguaglianza: non tutti possono avere la prodigiosa memoria di Giovanni Pico della Mirandola o le prestazioni atletiche di Usain Bolt. Né si può immaginare di zavorrare i più dotati per avvantaggiare quelli che lo sono di meno, perché questo comporterebbe un danno per l’intera società, con un livellamento generalizzato verso il basso.
L’unica strada percorribile, pertanto, è quella della minimizzazione degli effetti della sfortuna (cioè dell’avversità del caso, non della parassitaria pigrizia, del disimpegno e dell’astuzia dei nullafacenti), redistribuendo la ricchezza attraverso la fornitura di servizi come l’istruzione, la sanità, la giustizia e la sicurezza sociale. Tutto ciò, però, passa inesorabilmente dalla profonda rimeditazione del sistema tributario, che – senza mortificare il successo conseguito da chi abbia talenti, capacità e fortuna – deve però fare in modo «che nessun cittadino sia tanto ricco da poterne comprare un altro e nessuno tanto povero da essere costretto a vendersi».
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Bibliografia essenziale
J.J. Rousseau, Il contratto sociale (1762), Milano, 1988.
F. A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà (1982), Milano, 2000.
E. Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia (1899), Roma-Bari, 1974.
C. Rosselli, Socialismo liberale (1930), Torino, 1997.
G. Calogero, Nota sul concetto dello stato (1940) e L’abbiccì della democrazia (1944), oggi in L’Abc della democrazia, Milano, 2019.
P. Calamandrei, L’avvenire dei diritti di libertà, introduzione a G. Ruffini, Diritti di libertà, Firenze, 1946.
L. Einaudi, Giustizia e libertà (1948), oggi riprodotto in Einaudi, Il buongoverno, Roma-Bari, 2012.
N. Bobbio, Eguaglianza e libertà (1977-1978), Torino, 1995.
C. Cottarelli, All’inferno e ritorno, Milano, 2021.
M. Salvati – N. Dilmore, Liberalismo inclusivo, Milano, 2021.
