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Un nuovo Partito Liberaldemocratico?

Se una metà degli elettori non va più a votare e se tra chi si astiene ci sono molti disillusi dalle proposte di Azione e Italia Viva, forse un nuovo partito non è del tutto inutile. Soprattutto se questo nuovo partito si dichiara, fin dal nome, liberaldemocratico. Il che porta con sé che si tratta di un soggetto politico laico (non anticlericale!), progressista (non socialista!) ed europeista. Un partito aperto per una società aperta.

D’altra parte, il progetto di Calenda di fare di Azione un partito liberale (ma anche popolare), riformista (ma anche riformatore), repubblicano (ma anche monarchico), è sostanzialmente naufragato.

L’insuccesso di Azione – potenzialmente un buon incubatore di partecipazione e consensi – a mio sommesso avviso è stato determinato anche dalla smania di Calenda di restare ad ogni costo l’unico leader, indiscusso e indiscutibile, senza condividere con altri le prerogative e le responsabilità delle decisioni politiche. Questo contegno gli ha alienato le iniziali simpatie dell’elettorato e ha reso Azione un partito verticistico e padronale, senza un’identità politica e apparentemente poco affidabile (memorabili gli accordi stretti e poi rinnegati con Più Europa, PD e IV, la corsa solitaria e autolesionista alle elezioni europee e il sostegno a candidature poco comprensibili, soprattutto – ma non solo – alle elezioni regionali).

Quanto a Italia Viva, Renzi sarebbe un eccellente manovratore se non avesse una rapace capacità di farsi terra bruciata attorno. Non ho una conoscenza diretta della persona, ma l’impressione che ne ho tratto è che anche lui ami decidere in solitudine. E in questo è drammaticamente simile a Calenda e non meno dannoso.

Inoltre, le continue polemiche tra i due leader appena menzionati hanno reso difficilissima la possibilità di una convergenza dei due partiti in una federazione stabile. Oramai il partito unico è evaporato e non se ne riparlerà così facilmente: le amazzoni e i pretoriani che circondano i due leader avvelenano i pozzi e creano, ad ogni tentativo di avvicinamento, un clima tossico di ostilità. Ne risulta l’impossibilità di fare qualcosa di utile da dentro Azione e Italia Viva. Anche l’elettorato se n’è accordo e tendenzialmente non vota più per questi due partiti (che infatti stentano a raggiungere percentuali di consenso utili per l’elezione dei loro candidati).

Il tentativo che stiamo facendo con il Partito Liberaldemocratico è quello di dare forza ad un progetto che apra per davvero alla partecipazione civica (e quindi che si costruisca anche dal basso, riportando alla politica il mondo delle associazioni, delle professioni, della scuola, delle università, dell’impresa, della pubblica amministrazione) e che non abbia un solo, immutabile leader, geloso custode delle proprie prerogative. Il disegno è quello di fare del Partito Liberaldemocratico un partito in cui le decisioni vengano prese collegialmente, che abbia un’autonomia decisionale sui territori e che non diventi la proprietà privata di un solo leader.

Forse è un obiettivo troppo ambizioso. Ma se nessuno ci prova, nessuno potrà neppure riuscirci.

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