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La peste della giustizia civile italiana

Le disfunzioni della giustizia civile sono uno dei maggiori problemi italiani. Potrebbero bastare alcuni interventi bene assestati per migliorarne il funzionamento, ma dal 1990 ad oggi si sono fatte un numero impressionante di “grandi” riforme che non hanno prodotto altro che confusione senza migliorare sensibilmente la situazione.

Tanto per non restare nel generico, è bene indicare che le riforme di maggiore ampiezza sono le seguenti:
L. 353/1990 (riforma cognizione ordinaria);
L. 374/1991 (istituzione giudice di pace);
L. 276/1997 (istituzione delle sezioni stralcio);
L. 51/1998 (istituzione giudice unico di primo grado);
L. 89/2001 (ragionevole durata del processo);
D.Lgs. 5/2003 (introduzione rito societario);
D.Lgs. 168/2003 (istituzione sezioni specializzate per l’impresa);
L. 80/2005 (riforma cognizione ed esecuzione);
L. 40/2006 (riforma cassazione e arbitrato);
L. 52/2006 (riforma esecuzione mobiliare);
L. 69/2009 (soppressione rito societario e introduzione rito sommario);
D.lgs. 28/2010 (introduzione mediazione);
D.Lgs. 150/2011 (semplificazione dei riti civili);
D.L. 83/2012 (introduzione dei filtri in appello);
D.L. 132/2014 (degiurisdizionalizzazione e negoziazione assistita);
D.L. 168/2016 (riforma procedimento cassazione);
D.Lgs. 116/2017 (istituzione del giudice onorario di pace);
L. 149/2022 (riforma “Cartabia” del processo civile);
L. 151/2022 (ufficio per il processo);
L. 164/2024 (correttivi alla riforma “Cartabia”);
L. 51/2025 (revisione dell’ordinamento del giudice onorario di pace).

A questo elenco – nel quale sicuramente ho dimenticato di inserire qualcosa – si devono aggiungere una serie di interventi rapsodici, di cui è impossibile tenere il conto. Questa montagna di interventi normativi ha prodotto il topolino di una folle moltiplicazione di riti diversi (malgrado gli intenti di semplificazione) e una sostanziale conferma dei tempi (secolari) di definizione dei processi.

Senza voler banalizzare, per far capire qual è il vero problema occorre sempre tenere presente che:
a) l’Italia post-unitaria era un paese economicamente arretrato, in cui abitavano circa 20 milioni di persone, per la maggior parte analfabete e povere, a cui lo Statuto albertino non riconosceva i diritti sociali (non esisteva ancora tutto il comparto del diritto del lavoro e della previdenza), né esisteva un vero contenzioso di famiglia (escluso categoricamente il divorzio, anche la separazione personale tra i coniugi era una vera rarità);
b) l’Italia di oggi è un paese economicamente tra i più avanzati del mondo, con 60 milioni di abitanti per la maggior parte scolarizzati e in condizione di medio benessere, a cui la Costituzione riconosce un catalogo di diritti mai visto prima;
c) nell’Italia del 1870 erano in servizio circa 4.500 giudici togati e altrettanti giudici onorari (i conciliatori);
d) nell’Italia di oggi sono in servizio circa 10.000 giudici togati e circa 1300 giudici di pace (oltre ad altri circa 1500 giudici onorari di tribunale).

Questa sproporzione manifesta tra gli organici della magistratura tra 1870 e 2025 mi consente di risparmiarvi altre statistiche (drammatiche al confronto con tutti gli altri paesi occidentali).

Aggiungo solo una cosa: la disfunzione cronica della giustizia civile si stima che pesi in negativo sull’economia italiana per una quota di PIL di circa il 2% (più o meno 35 miliardi di euro) e allontana – al pari dei timori per la criminalità organizzata e dei bizantinismi della nostra pubblica amministrazione – gli investimenti stranieri.

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