Approfitto di questi giorni di attenuazione dell’attività professionale (che nelle ultime settimane ha raggiunto livelli di intensità molto elevati), oltre che per dedicarmi al mio sport preferito (la degustazione di dolciumi), anche per leggere un bel libro, di qualche anno fa, di Guido Alpa: Diritto civile italiano. Due secoli di storia (Mulino, Bologna, 2018). Si tratta di un affresco che ritrae, con tratti vividi e veloci, la parabola della civilistica italiana, dalla fine del Settecento. Un eccellente quadro di sintesi che consiglio a chiunque voglia farsi un’idea di come e perché si sono formate le nostre istituzioni civili.
La narrazione del primo, lunghissimo e avvincente capitolo del libro, tuttavia, apre numerose finestre sullo stato dell’elaborazione dottrinale del diritto civile (cioè, all’epoca, del diritto tout court) nel panorama europeo del Cinquecento e del Seicento, sul giusnaturalismo e sul diritto romano (nelle sue distinte modalità di studio: attualizzato o storicizzato). Scorrono sotto gli occhi del lettore i nomi di Grozio, Eineccio, Pufendorf, Cuiacio, Gotofredo, Domat, Pothier e di decine di altri grandi nomi della dottrina giuridica che dal Cinquecento al Settecento hanno, con i loro scritti, gettato le fondamenta dell’impianto culturale poi rifluito nel Code Napoleon del 1804.
Al codice civile francese – prima codificazione della storia e, per questo, spartiacque fondamentale dell’intera storia occidentale – e sui suoi cloni italiani (restati in vigore, negli stati preunitari, anche dopo la Restaurazione), Alpa dedica un ampio spazio, perché il primo codice civile italiano – quello del 1865 – è poco più di una traduzione del Code Napoleon. E per tutto l’Ottocento la letteratura francese sul Code Napoleon (le opere di Demolombe, Laurent, Baudry Lacantinerie e altri) sono tradotte in italiano e adattate all’uso del foro e dell’accademia. I giuristi italiani seguono lo stile e i metodi della scuola francese dell’esegesi.
Poi, a fine ottocento, inizia a penetrare in Italia la dottrina della scuola storica tedesca formatasi sul Digesto di Giustiniano (le Pandette, da cui la denominazione di pandettistica attribuita alla scuola storica). Ebbene, la pandettistica si discosta consapevolmente dalla scuola dell’esegesi, perché all’interpretazione letterale dei testi (il metodo esegetico) sostituisce la costruzione concettuale del “sistema” del diritto civile (il metoso sistematico). In questa congerie di pensiero nascono, progressivamente, i concetti astratti di «rapporto giuridico», «diritto soggettivo», «negozio giuridico». I grandi maestri della pandettistica tedesca – su tutti Friedrich Carl von Savigny e Bernhard Windscheid – vengono tradotti in italiano da Vittorio Scialoja, Carlo Fadda e Paolo Emilio Bensa e i giuristi italiani prendono dimestichezza con la concettualizzazione astratta e il sistema pandettistico.
Ancora oggi, sfogliando quasi tutti i manuali istituzionali di diritto privato, si ritrova una parte generale introduttiva che replica l’impianto concettuale della pandettistica: il diritto oggettivo (le fonti del diritto) e il diritto soggettivo (le libertà e le prerogative dei cittadini), il soggetto di diritto (la persona fisica o l’ente capace di essere titolare di diritti soggettivi), l’oggetto del diritto (i beni giuridici, materiali o immateriali, che possono formare oggetto di diritti soggettivi), il rapporto giuridico (la relazione tra due o più soggetti di diritto da cui scaturiscono diritti soggettivi), il fatto, l’atto e il negozio giuridico (le vicende più o meno volontarie da cui nascono, si modificano o si estinguono i rapporti giuridici).
Alpa si sofferma sull’opera di alcune figure chiave della civilistica italiana. Rimarchevole è lo spazio dedicato all’opera (e, in una lunghissima nota, anche alla vita) di Emanuele Gianturco, forse il primo dei civilisti italiani dell’epoca contemporanea. Dai toni utilizzati da Alpa nei riguardi di Gianturco, mi pare traspaia una grande ammirazione non solo per il giurista, ma proprio per l’uomo: giurista e musicista (a soli vent’anni si laurò in giurisprudenza alla Federico II e si diplomò in composizione al Conservatorio di San Pietro a Majella) fu un talento intellettuale di intensa luminosità. Lucano di origini umilissime, rifiutò garbatamente il titolo di conte per pudore verso lo status del padre, ciabattino: sarebbe stato irrispettoso marcare con il genitore questo divario, con l’assunzione di un titolo nobiliare. Come è ampiamente noto, Gianturco – prematuramente scomparso nel 1907, a cinquant’anni – fu anche deputato e ministro, dopo il crollo della sinistra storica crispina, con un approccio che forse oggi definiremmo trasformistico: appoggiò i governi reazionari di Di Rudinì (di cui fu ministro dell’istruzione) e Pelloux, ma anche quelli progressisti di Saracco (di cui fu ministro di grazia e giustizia) e Giolitti (di cui fu ministro dei lavori pubblici). Ma la sua cultura politica era quella del liberalismo sociale – alimentata da una sensibilità per le classi subalterne, probabilmente dovuta alle sue origini familiari – tanto è vero che talvolta lo si trova incluso tra gli esponenti italiani del socialismo giuridico. Questa affiliazione al socialismo giuridico, tuttavia, viene negata da Alpa, che assegna a Gianturco un ruolo da conservatore riformista, precursore del corporativismo. Sulla correttezza della lettura di Alpa nutro personalmente qualche dubbio. Anche perché non può sottacersi che presso di lui si formò un altro celeberrimo lucano: Francesco Saverio Nitti, esponente dell’estrema sinistra storica (il Partito Radicale di derivazione mazziniana, dalla fortissima vocazione liberaldemocratica), meridionalista e, poi, fermo antifascista, considerato uno dei punti di riferimento dell’azionismo storico.
Guido Alpa – scomparso di recente – non era uno storico, ma un civilista. Il suo approccio, infatti, appare più quello del giurista erudito che – dopo aver sentito l’esigenza personale di comprendere meglio il proprio lavoro intellettuale e dopo aver scavato nel passato della sua “scienza” – abbia avuto la voglia di condividere il frutto delle sue ricerche e della sua erudizione. Il risultato è godibilissimo e l’opera di Alpa è meritoria. Tuttavia, per chi non abbia già un minimo di preparazione sulla genesi storico-culturale del diritto civile italiano contemporaneo, devo avvertire che il rischio è di trovarsi di fronte a pagine apparentemente indecifrabili, zeppe di nomi ignoti (peraltro non sempre riportati in modo omogeneo: ad es. Iacopo Gotofredo e Jacques Godefroy sono la medesima persona, così come Johann Gottlieb Heinecke e Giovanni Teofilo Eineccio). La lettura di alcuni paragrafi può dunque risultare faticosa anche a chi, benché laureato in giurisprudenza o in scienze politiche, non abbia alcuna dimestichezza con le vicende storiche del diritto europeo. Una fatica che, tuttavia, vale la pena di essere sopportata, giacché dà accesso a una vista panoramica mozzafiato.
La storia del diritto civile italiano (ma, in realtà, europeo) è la nostra storia, la storia della società e delle istituzioni politiche e civili occidentali. In un’epoca come la nostra, in cui ci si parla inutilmente addosso menzionando i valori e la cultura occidentale, se si vuole andare oltre la superficie e capire chi siamo, quella del testo di Alpa (che se ne condividano o no le opinioni non è rilevante) è una lettura assolutamente consigliata.
