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Buttafuoco e l’egemonia culturale

Aldo Cazzullo stamattina è sul Corriere della Sera con una bella intervista a Pietrangelo Buttafuoco. Meglio: Buttafuoco stamattina risponde splendidamente alle domande di Cazzullo. Ciò non significa che io condivida quel che dice Buttafuoco, ma significa che ne apprezzo molto la fumosità irrazionale e la sfuggevole trascendenza dei suoi argomenti: tradizionalismo (l’asino che gira su sè stesso, lo spirito religioso che aleggia, la bottega dell’arte e le riviste cartacee) e futurismo (anche se ne emerge il ritratto di un futuro senza volto).

Tra questi due estremi inconciliabili volteggiano, come trapezisti di un circo, le parole di Buttafuoco. Uomo di grande cultura e ancor più grande intelligenza, alla fine smentisce solennemente tutti i puerili piagnistei delle destre italiane: la supposta egemonia culturale della sinistra è solo il logoro provincialismo di una classe dirigente e di un Paese che non studia, non legge e non produce più alcunché, se non libri da scompartimento ferroviario e musica per ascensori. Su questo sono d’accordo con lui.

E poi, malgrado tutto, emergono prepotenti i nomi di Norberto Bobbio e di Andrea Camilleri. Due grandi intellettuali dichiaratamente (ancorché diversamente tra loro) di sinistra. A loro si affiancano Giuliano Ferrara e Luciano Violante (due non certo di destra, malgrado le numerose capriole acrobatiche di Ferrara). Emerge, inoltre, il sottile disprezzo per Roma e l’apprezzamento – l’ammirazione, direi – per la Serenissima Venezia e per la Cina.

Alla fine ne viene fuori, in filigrana, l’amore di Butrafuoco per le aristocrazie (intellettuali) e il suo fastidio per le democrazie, fondate proprio sul livellamento politico in virtù del quale il superuomo, il grande intellettuale e l’analfabeta esprimono ciascuno un solo voto di valore esattamente eguale a quello degli altri due.

 

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