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Socialismo della cattedra e antisemitismo del cattedratico

Non ho alcun rapporto con il Prof. Luca Nivarra, ordinario di diritto civile nell’Università di Palermo. Ma in qualche occasione ne ho apprezzato lo spessore intellettuale e culturale attraverso la lettura di qualche suo saggio in materia civilistica. Infatti, oltre ad essere coautore di un testo istituzionale di diritto privato, Nivarra una decina di anni fa ha pubblicato una dottissima e pensosissima monografia (La grande illusione. Come nacque e come morì il marxismo giuridico in Italia, Giappichelli, Torino, 2015). Immagino che Nivarra sia un uomo di cultura socialista. E questo – almeno ai miei occhi – non sarebbe assolutamente un difetto. Sennonché lo stesso Nivarra in queste ore è diventato un caso nazionale per il seguente post pubblicato su Facebook.

«Non voglio intromettermi in questioni che non mi riguardano direttamente ma, avendo a disposizione pochissimi strumenti per opporci all’Olocausto palestinese, un segnale, per quanto modesto, potrebbe consistere nel ritirare l’amicizia su FB ai vostri “amici” ebrei, anche a quelli “buoni”, che si dichiarano disgustati da quello che sta facendo il governo di Israele e le IDF. Mentono e con la loro menzogna contribuiscono a coprire l’orrore: è una piccola, piccolissima cosa ma cominciamo a farli sentire soli, faccia a faccia con la mostruosità di cui sono complici.»

Il Prof. Nivarra (che, lo ripeto, conoscevo e apprezzavo solo perché avevo dato uno sguardo ad alcuni suoi scritti) mi ha sorpreso e deluso.

Egli scrive «”amici” ebrei» e «”buoni” ebrei» sottintendendo che non si possano coltivare amicizie tra gli ebrei, perché non vi possono essere ebrei buoni. E infatti alle allusioni fa seguito una affermazione francamente sconcertante: anche gli ebrei critici con il governo israeliano «mentono e con la loro menzogna contribuiscono a coprire l’orrore». Il Prof. Nivarra, insomma, imputa le responsabilità di un governo a un’etnia intera. Attenzione: non sono responsabili tutti gli israeliani (che già sarebbe un’assurdità logica e giuridica), ma tutti gli ebrei. Anche quelli non israeliani, apparentemente “amici” o apparentemente “buoni”.

Il Prof. Nivarra, quindi, lancia la sua personale crociata contro i “perfidi giudei”, tutti infingardi e tutti mentitori. Ma il dotto civilista dovrebbe ben sapere che “onus probandi incumbit ei qui dicit“. Di conseguenza dovrebbe almeno intuire che affermazioni prive di fondamento fattuale e sprovviste del benché minimo riscontro probatorio sono destinate a non essere prese in esame.

In post successivi, il Prof. Nivarra, investito da una sassaiola di (prevedibili quanto indegni) insulti, ha candidamente dichiarato di non essere antisemita. E qua, anche a voler prestare fede a Nivarra, per coerenza lui stesso forse dovrebbe anche ammettere di non essere un giurista. O, quanto meno, di essersene momentaneamente dimenticato, visto che sembra sfuggirgli una nozione basilare della civiltà giuridica contemporanea: le responsabilità penali e politiche (soprattutto quelle più gravi) di una persona o di un governo non si estendono mai a tutto un popolo; e ancora meno si possono far ricadere collettivamente su un’intera etnia. Perché ciò significherebbe, ad esempio, addebitare l’orrore delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki a tutti i cristiani, anziché al governo degli USA che assunse la decisione. E l’orrore della Shoah è da imputare solo a chi ha concepito, pianificato ed eseguito, in tutto o in parte, la “soluzione finale”. Del resto a Norimberga sul banco degli imputati non c’era – né avrebbe mai potuto esserci – il popolo tedesco. E le riflessioni sulla “banalità del male” sono sgorgate dal processo ad Adolf Heichmann, burocrate dello sterminio di un’etnia, non a tutti i cristiani o a tutti i sedicenti “ariani”.

Giacché la nostra cultura giuridica – e la Costituzione repubblicana che la rispecchia – garantisce a chiunque il diritto di esprimere il proprio pensiero e di insegnare liberamente l’arte e la scienza, credo che al Prof. Nivarra non debba essere preclusa la possibilità di esporre le proprie opinioni, né l’insegnamento del diritto civile. Ma di fronte ai suoi ragionamenti un po’ stralunati, mi chiedo se egli in sede d’esame accetterebbe come buona la risposta dello studente che rinnegasse i principi generali della responsabilità individuale per fatto doloso o colposo. E mi chiedo anche con quale serenità d’animo e imparzialità di giudizio potrà esaminare i suoi italianissimi studenti di religione ebraica.

 

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